His electro blue voice - RUTHLESS SPERM (Sub Pop, 2013)
shoegaze - grindcore- noise rock
In Italia, in questi giorni, c'è chi si vanta in giro per il mondo di avere le palle d'acciaio. Si, l'ha smentito. Ma l'ha detto, l'ha detto. Se tanto mi dà tanto allora gli His electro blue voice, trio al fulmicotone di Como ma dalla forte vocazione cross border (l'etichetta è nientemeno che la Sub Pop, si quella che si legge sui dischi dei Nirvana, quella lì) le palle le hanno di piombo zincato a caldo.
Ruthless sperm è il loro primo album, per quanto il terzetto sia attivo ormai da anni con vari Ep, singoli e split, di quelli giusti, tanto da arrivare alle esigenti orecchie della suddetta etichetta. C'è tanta roba in quest'album. C'è rabbia, c'è metodo, c'è ispirazione ma non ci sono le barriere che un italiano generalmente fatica a scrollarsi di dosso se vuole essere credibile a prescindere dal suo passaporto.
Non saranno dei pionieri, degli scopritori, degli antesignani, ma quello che fanno lo fanno molto bene. Banalizzando, in estrema sintesi, come se sulle rive del lago di Como i Japandroids trovassero un luogo per seppellire gli sconosciuti. Un gran casino, cupo e riverberato. Come piace a me.
La bella musica può piacere o non piacere, ma sempre bella musica rimane. I Cave, quartetto di Chicago votato alla psichedelia strumentale dal forte groove, hanno sempre avuto una proposta musicale valida e perquanto mai totalmente innovativa, sempre di gran gusto e qualità incontestabile.
THREACE è l'ultima creatura in termini di LP, probabilmente la più completa, probabilmente la meglio riuscita. Un viaggio tra psichedelia e funk progressivo, dove non si riesce mai a comprendere bene dove finisca l'una e cominci l'altra, perchè semplicemente viaggiano assieme. Provate ad immaginare i Calibro 35 che suonano in una allucinata comune tedesca degli anni '70. La cosa vi stuzzica? Non può non farlo e dedicare un pò di tempo all'ascolto di questo splendido album non potrà che saziare la vostra voglia di buona musica. Attenti però, crea dipendenza.
Melt-Banana, FETCH (A-Zap, 2013) Noise, alt nippop, elettro hardcore
Come se ti dicessero che per ripararti dagli effetti di una deflagrazione nucleare devi indossare gli occhiali del 3D e alzare il bavero del cappotto, continuando comodamente a goderti lo spettacolo. Puoi pure farlo, magari il fungo lo vedi di un colore diverso e ti senti più sicuro e riparato. Quando però inizierai a renderti conto che tutto ciò non è bastato e comincerai a correre come un pazzo nella direzione opposta, avrai giusto il tempo di realizzare che quel mattone che ti sta fracassando la nuca è una dolorosa rima con la crudele realtà.
Fetch, dei giapponesi Melt-Banana,è un'esplosione nucleare. Di suoni duri e schizofrenici, amalgamati da corpose e martellanti frustate di basso, scanditi da rullate frenetiche di batteria, taglienti chitarre noise, disturbati da sapienti elementi/momenti di elettronica da film di fantascienza di seconda scelta. Un pò come se i Mars Volta dividessero la scena con i Deerhoof per radere al suolo ogni tua pretesa di ascolto comodo, rilassato e tendente al defaticamento celebrale. Per ascoltarli mi sono messo comodo sul divano, mani incrociate dietro la nuca e gambe tese tendenti allo scivolamento sul pavimento.
Povero me. Fu allora che mi venne in mente la scena dell'esplosione nucleare con gli occhialini del 3D. Tranquillo io, mentre il mondo attorno a me stava cambiando il destino delle cose, e la sistemazione degli oggetti delle mia stanza. Tutto a causa di quell'esplosione apparentemente scomposta, ma poi alla fine scientificamente testata, che risponde al nome di Fetch, dai sempre verdi Melt-Banana.
Tracklist:
01 – Candy Gun 02 – The Hive 03 – Vertigo Game 04 – Left Dog (Run, Caper, Run) 05 – Infection Defective 06 – My Missing Link 07 – Zero+ 08 – Schemes Of The Tails 09 – Lie Lied Lies 10 – Red Data, Red Stage 11 – Then Red Eyed 12 – Zero
Esce oggi il video di "What if" da STILL SMILING, l'album capolavoro di Teho Teardo e Blixa Bargeld. "What if " è il terzo video dell'album dopo "Mi scusi" e "Alone with the moon". Il video, delizioso, è girato a New York da Michele Baggio ed Enrico Zanetti e si ispira alla Street Art di Bansky. Enjoy.
Giacomo Toni - MUSICA PER AUTOAMBULANZE (2013, Martelabel)
swing, jazz, cantautori
La fortuna (non) sta a Milano
Se c’è (e c’è) un fluido emozionale continuo, un budello di
intenzioni artistiche, che unisce idealmente e istintivamente certo
cantautorato, in gran parte ligure, degli anni ’60 e sue derivazioni moderne (Gino Paoli, Luigi
Tenco, Bruno Lauzi, Francesco Baccini), quello milanese colto e irriverente
dello stesso periodo (in particolar modo Giorgio Gaber e Enzo Jannacci),il cantautorato italiano aromatizzato allo
swing, da Fred Buscaglione a Sergio Caputo passando per Paolo Conte, la
dimensione polimorfa, sbilenca e trans-culturale di Vinicio Capossela, bene, se
questa comunione e condivisione di spirito c’è(e c’è) Giacomo Toni, trentenne da Forlimpopoli, ha tutte le carte in
regola per non sfigurare al suo interno.
Musica per Autoambulanze è l’esordio discografico da solista
di Toni, già leader della 900 band, con la quale ha pure all’attivo 3 LP
autoprodotti.Una carriera già lunga e
ricca di soddisfazioni oltre che costellata di riconoscimenti portando in giro
per lo stivale la verve classica del pianista-uomodimondo, quello con la
valigia piena zeppa di tante belle storie da raccontare, meglio se con un
sottofondo sonoro magico e surreale partorito dalla sua allegra e fidata
“banda” di musicisti. La Martelabel ha deciso di trasformare in progetto concreto
la musica di Giacomo Toni producendo quella che, alla fine, è la sua prima
uscita ufficiale.
L’album è un carosello di cartoline variopinte dove si
sostanzia una visione cinica e beffarda di un mondo decadente e bislacco,
all’interno del quale l’artista ricerca e descrive particolari didascalici
bizzarri che fanno sempre la differenza in una storia che si rispetti,
mescolando il tutto con una particolare vitalità (dote innata) e il piglio
sicuro del pianista "maledetto" (te lo insegna la vita, e lo studio).
Il suono è sempre ricco e travolgente, con potenti e velocimitragliate di pianoforte (“Come una specie
di mezzo matto”) che si alternano a fiati bofonchianti che in più parti salgono
in cattedra, con carrattere, dirigendosi verso deliri dalla giocosità
brass-balcanica (“L’autoambulanza”) o verso un jazz addirittura spinto (gli
acuti di sax ed in generale tutta l’atmosfera un po’ avant di “Maledizione” non
stonano proprio per niente, anzi, è questo probabilmente il brano più valido
dell’album). Ci sono poi pure gradevoli momenti calipso-swing (“L’ultima
volta”), digressioni rock&roll/rockabilly sempre di base swing (“Vita da
niente”), serenate al chiaro di luna che farebbero arrossire anche una insensibile
e glaciale bellezza teutonica, se solo capisse l’italiano (“Se ti vedo”),
momenti dalla raffinata ed intensa partecipazione emotiva (“Notturno”, “Un bel
sabato”, “Ode al meccanico mite”) e travolgenti filastrocche sghembe e tendenti
alla destrutturazione dove Toni fa il giocoliere con le parole e la musica
impazza nel tentativo di stargli dietro (“Il bevitore longevo”, “Le macchine
vedovi”).
In definitiva, la proposta di Giacomo Toni convince subito
perché si avverte naturalmente una genuina freschezza nel suo essere artista ed
una maturità nell’approccio stilistico che sapranno accontentare tanto gli
intenditori e appassionati del genere (e nello specifico, degli artisti citati
all’inizio) quanto i liberi e financo casuali fruitori della buona musica. Non
è mai facile accontentare molti, specie quando non si scende a compromessi con
le facilonerie e la banalità, ma con una giusta dose di fortuna e tanto lavoro
di divulgazione, il ragazzo potrà fare strada. Io, da parte mia, glielo auguro.
Rolling Stone, checché se ne dica, la più famosa rivista di musica al mondo, ritiene che in mezzo a Yankee Hotel Foxtrot dei Wilco e Kid A dei Radiohead ci sia Is this it dei The Strokes. Mi riferisco ai primi tre posti della loro classifica dei migliori album degli anni 2000. Io le classifiche generalmente le odio ma ricordo che questa mi colpì e per quanto opinabile e perfettibile, la trovavo (e continuo a trovarla) quantomeno molto interessante.
All’epoca dell’uscita diIs this is ero poco più che ventenne e la mia esperienza circa la musica non convenzionale e fuori dai riflettori che contano era pressoché nulla. Non c’era internet, o perlomeno non come oggi, e la musica nuova era, per me, principalmente una questione di Mtv o VideoMusic. Su una delle due (non ce ne erano molte altre ai tempi nel mero tubo catodico) ho quindi avuto il mio primo incontro con Last night. Un video che sembrava girato in un tempo che non mi apparteneva, un’accordo bicorde ripetuto con ossessione da una chitarra “fumante”, la voce sbiascicata da un pazzo all’apparenza appena uscito da un manicomio criminale, ruvida, in una fedeltà così bassa che sembrava uscisse dalla cornetta di un telefono a gettoni. Un ritmo semplice e scarno di basso e batteria presto riempiti da un motivetto fresco e accattivante. Per me quello fu ciò che gli anglofoni definirebbero un breakthrough. Una svolta. Una delle prime cose che mi portò, di lì a poco, ad impelagarmi irreversibilmente in quel pozzo senza fondo di musica senza barriere o confini predefiniti, spesso nascosta tanto bene che per trovarla devi battere sentieri generalmente poco affollati. Non fu poi questo il caso dei The Strokes che, a prescindere dalle mie pulsioni, divennero un fenomeno planetario, osannato ovunque nel mondo ma soprattutto in terra britannica, dove la loro fama arrivò a rivaleggiare seriamente con quella degli Oasis.
Sono passati 12 anni e questo Comedown Machine è il quinto album in studio dei The Strokes. Che si sia di fronte ad un album dal sapore 80’s ci vuole poco a capirlo. La copertina è come la RCA l’avrebbe fatta 30 o 40 anni fa ed il sound è perlopiù imperniato su sintesi di suoni analogici e drummachine, come si usava fare al tempo d’oro degli Orchestral Manoeuvres in the Dark (il riferimento non è a casuale, ascoltare One Way Trigger per credere). La nostalgia anni 80 non è cosa del tutto nuova nella musica dei The Strokes, ma mai come in quest’album si era deciso di assurgerla a leitmotiv di un intero LP. C’è quindi un pò di quella techno, a trattiminimale (la stupenda 80’s countdown machine, Happy ending e Chances, quest’ultima al limite della chillwave di massa), c’è della disco music(Tap Out, Welcome to Japon), c’è del sano rock in lo-fi dal sapore brit (All the time), ci sono momenti più energici, quasi hard rock (50/50) altri più math pop (Slow animals) ed altri ancora più tipicamente Strokes (Partners in crime).
Non è Is this it, ma non è neanche un album da ripudiare completamente. Non c’è un singolo che sarà capace di far sognare come fecero Last night o You only live once, ma in compenso, specie se il raffronto è fatto con First impressions of earth, c’è una discreta qualità media di un buon numero di tracce (All the time, 80’s countdown machine e Tap out su tutti), una manciata di ciofeche vere (Chances, 50/50 e Partners in crime), ed un generale, più o meno riuscito, (l’ennesimo), esempio di rivisitazione del versante elettro ludico degli anni '70/ ‘80. Cosa è ormai rimasto, di questi ottanta? Poco, credo che a breve arriverò pure ad odiarli, tanto continuano ad essere spolpati da una massa indefinita di artisti. Spero vivamente che al prossimo giro, tutti, The Strokes compresi,sappiano guardare avanti, che il futuro, almeno nel mondo delle 7 note, non è poi così male.
Colin Stetson - NEW HISTORY WARFARE VOL.3 - TO SEE MORE LIGHT (2013, Constellation)
Avantgarde - Saxophone Jazz
Sia chiaro, se suoni il sassofono, hai come fonti di ispirazione
e numi tutelari gente come Anthony Braxton e Ornette Coleman, ti muovi nel
campo di una musica fuori dagli schemi classici, perlopiù sperimentale e
d’avanguardia, dove il sax è l’elemento portante se non l’unico elemento delle
tue composizioni, così come fa oggi gente del calibro di Mats Gustafson o il
nostro immenso Luca T. Mai (Zu, Mombu); se fai della tecnica della
respirazione circolare il tuo marchio di fabbrica abiurando la tecnica classica
alla ricerca di suoni che assomigliano più a barriti di elefanti che a note di
ottoni; se sei tutto ciò, di certo, non rischi di essere considerato un
ruffiano della (e nella) musica. Almeno non fino a quando condividi le tue
paturnie e manie musicali schizofreniche con i protagonisti indiscussi del
panorama para-meta-indie mondiale degli ultimi anni, tra i tanti, gli Arcade Fire e, da ultimo, Justin
Vernon/Bon Iver.
Questo concetto Colin Stetson ed il suo magnifico sax (basso,
tenore e contralto) lo devono aver avuto ben presente nel terzo capitolo
delNew
History Warfare, sottotitolato To
see more light. Rispetto ai due capitoli precedenti, comunque validissimi e
sicuramente più temerari nella sperimentazione e nell’ansia di destrutturazione
della forma canzone, l’ultimo capitolo risulta indubbiamente di più facile lettura
per un orecchio allenato a certe sonorità.
L’ingombrante sax basso è il re
indiscusso che scende a compromessi, nella sua ininterrotta profusione di note
calde ed avvolgenti (e qui la respirazione circolare ripaga abbondantemente gli
sforzi immondi che la stessa richiede ai polmoni di Colin) solo con la voce di Justin Vernon che recita, su alcuni
brani, i più belli (And in Trouth, Who the waves are roaring for) anche qui
il ruolo di Bon Iver, specie quello
dell’ultimo album. Solo in un momento, il brano Brute, Justin sperimenta una inaspettata vena cattiva e disperata,
forse anche buffa, di matrice death metal,
che sicuramente non si era mai assaporata sinora nelle sue produzioni. Ragion
per cui questo brano sembra più un pezzo dei Meshuggah che suonano i Mombu
che una ulteriore perla di raffinata sperimentazione stetsoniana.
L’album è registrato in presa
diretta, live, senza sovraincisioni, seppur sembri incredibile che ciò possa
essere realmente accaduto. Solo una miriade di microfoni piazzati a distanze ed
angolazioni diverse, a catturare le diverse sfumature del suono magico del sax,
dalle note vere e proprie fino alle percussioni dei tasti dello strumento, sfumature
poi mixate con abilità da maestro in studio da Ben Frost, co-produttore, assieme allo stesso Stetson, dell’album. Solo
la voce di Vernon è aggiunta in un secondo momento, ma va benissimo così.
Profumi da primi Sigur Ros si respirano nel cantato di Among the Sef mentre la title track, nei suoi 15 minuti di
ininterrotti profluvi di note (nella prima parte, in maggioranza alte) e
rimbombi, sembra la perfetta colonna sonora per un documentario di uccelli che
abbandonano lande ghiacciate alla ricerca del calore riparatore. Verso metà
traccia sembra che il sassofono si trasformi in una viola rendendo l’ambiente
più cupo con una litania oltremodo lamentosa che quasi in contemporanea fa la
sua comparsa in scena. Sembra l’avanguardia industriale dell’ultimo Teardo/Bargeld, e la cosa non può che
farmi estremamente piacere. Una sola cover, la What are they doing in heaven today, uno splendido vecchio canto
gospel di Washington Phillips,
interpretato con metodo e trasporto impeccabile da Vernon, accompagnato dalle
pulsazioni continue delle note alte del sax di Stetson.
Con questo ultimo capito della
trilogia del New History Warfare di
Colin Stetson si è di fronte al tentativo meglio riuscito di sdoganamento e
volgarizzazione di uno dei filoni più ostici ma allo stesso tempo affascinanti
dell’avanguardia, quella jazz. Sono sicuro che molti, per la prima volta,
assaporeranno il piacere malato della nota storta e ubriaca di un sax solo
perché spinti dalla curiosità di sentire l’ultima collaborazione del loro amato
Justin Vernon. Ma se questo è il prezzo da pagare per guadare il fiume che separa l'anonimato da palcoscenici ben più affollati, il gioco vale decisamente la candela.
L’ultimo album di Colin Stetson è infatti una miniera di emozioni, viziate ancora dal
germe della sperimentazione libera e in gran parte scomposta, ma guarite ed addolcite dalla
medicina della passione incondizionata per la buona musica e dal rispetto dignitoso per i rispettivi ruoli. Quello del talentuoso sassofonista e del cantautore sopra la media. Non si poteva chiedere di più,
sinceramente.