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martedì 31 luglio 2012

CONCERTI: A Perfect Day Festival

E dopo la conferma degli ALT-J ad aprire per i Sigur Ros nell'ultima giornata, posso con tranquillità dire che A Perfect Day Festival, si preannuncia essere il più bel festival dell'anno in Italia! Il festival del giorno perfetto!

Venue: Villafranca di Verona (VR), Castello Scaligero.

Artists:

31 AGOSTO 2012: THE KILLERS + TWO DOOR CINEMA CLUB + THE TEMPER TRAP + DZ DEATHRAYS

1 SETTEMBRE 2012: FRANZ FERDINAND + MOGWAI + THE VACCINES + (da confermare)

2 SETTEMBRE 2012: SIGUR ROS + MARK LANEGAN BAND + dEUS + ALT-J



Brano del giorno: Suicide - "Ghost Rider"

Da "Suicide" (1977)













lunedì 30 luglio 2012

Nuovo disco per i Savoir Adore

I Savoir Adore annunciano che il 22 ottobre uscirà in Europa (il 16 negli US) il loro ultimo LP, "Our Nature". Se e' bello anche solo la meta' del precedente, gia' vale la pena di ascoltarlo!

Brano del giorno: Mc5 - "Starship"

Da "Kick Out the Jams" (1969)





domenica 29 luglio 2012

RECENSIONE: Marlene Kuntz - CANZONI PER UN FIGLIO

Sony Music (Febbraio 2012)
Genere: Alternative Rock (in versione soft)


Canzoni per un figlio non è solo il titolo, è anche il leitmotiv, l’amalgama eziologica, dell’ultima fatica di Cristiano Godano e soci. Come da lui stesso svelato nella commovente lettera al figlio contenuta nell’album, i Marlene Kuntz (anche se mai come questa volta sarebbe giusto riferirsi a Godano e basta), dedicano alcune tra le più belle canzoni del loro repertorio, al figlio di Cristiano, in modo da introdurre lo stesso alle emozioni e ai messaggi della musica del papà, in modo consapevole e ponderato.


Non Ho intenzione di recensire questo disco facendo paragoni o raffronti con il passato dei Marlene Kuntz, perché sarebbe un gioco al massacro che potrebbe condurre me, fan della prima ora dei Marlene, a facili quanto inutili dietrologie o moralismi. Canzoni per un figlio va valutato ora per quello che è. Un album bellissimo, suonato, cantato e “ri-arrangiato” con somma maestria e professionalità dai Marlene Kuntz assieme ai tanti ospiti illustri presenti (Roy Paci, Gianni Maroccolo, Lagashm, Alessandra Celeste e altri ancora).

Se avevamo amato i Marlene Kuntz di Catartica per l’energia straziante e delirante che emanavano, da Uno in poi abbiamo imparato a relazionarci con una nuova vena musicale dei nostri eroi. Diversa, spiazzante, più intima nei sentimenti ma più esplicita nei contenuti. Musicalmente meno forti e “alternative” che in passato, quasi a presagire ciò che sarebbe successo nel 2012. La partecipazione a Sanremo, la pubblicazione di Canzoni per un figlio e l’offerta della propria musica ad un pubblico ulteriore rispetto al nocciolo duro dei fan di sempre. Pianoforti, archi, trombe e chitarre acustiche come non si erano mai ascoltati nelle opere dei Marlene Kuntz ma che hanno il merito di vestire le stesse di un abito nuovo, un abito di lusso, quello delle grandi occasioni.

Canzone per un figlio è l’unico inedito. Un pezzo che nonostante la sua apparente semplicità si apprezza meglio dopo una dozzina di ascolti allineandosi così alla media degli altri brani. Tra tutte e su tutte, la versione da brividi di Bellezza, una pianoforte e voce che deve emozionare e riesce pienamente nel suo fine. Canzoni per un Figlio è un’ottima compagnia per momenti intimi e speciali, dove il ricordo della forza di questi brani nelle versioni originali si accomoda sul morbido tappeto fatto di petali di rose rosse e note eteree di archi, fiati e pianoforte.

Se noi, da figli, abbiamo saltato e strillato la nostra rabbia ed il nostro disagio sulle note dei Marlene Kuntz, noi stessi, da padri o da persone evidentemente più mature, possiamo ricordarci di quei momenti avendo come sottofondo le note di questo Canzoni per un figlio. Anche se  la voglia di saltare e strillare ancora non c’è passata, così come non c’è passata la voglia di una catartica e lieve nuotata nell’aria.


75/100

Pubblicata il 31 luglio 2012 su Storia della Musica.
Tracklist:

1.  Canzone per un Figlio
2.  A Fior di Pelle
3.  Trasudamerica
4.  Canzone Ecologica
5.  Pensa
6.  Stato d'Animo
7.  Serrande Alzate
8.  Io e Me
9.  Bellezza
10. Lieve
11. Canzone in Prigione
12. Ti Giro Intorno
13. Un Piacere Speciale
14. Grazie


Brano del giorno: Siouxsie & The Banshees - "Spellbound"

Da "Ju Ju" (1981)









venerdì 27 luglio 2012

CONCERTI: Pitchfork Festival Parigi, 1-3 novembre 2012

Si lo so, Pitchfork lo si ama o lo si odia, ma quando organizza concerti è imbattibile: quest'anno a Parigi, per il momento, si esibiranno  M83, Animal Collective, Grizzly Bear, Robyn, Sébastien Tellier, the Walkmen, Liars, Japandroids, Chromatics, Fuck Buttons, John Talabot (live), Simian Mobile Disco (live), the Tallest Man on Earth, Factory Floor, Cloud Nothings, Twin Shadow, Chairlift, Wild Nothing, Jessie Ware, Totally Enormous Extinct Dinosaurs, Disclosure (live), AlunaGeorge, Outfit, e altri ancora!

Chi viene?

http://pitchfork.com/festivals/paris/2012/


Brano del giorno: Andreya Triana - "A town called obsolete"


Da "Lost Where I Belong" (2010) 


giovedì 26 luglio 2012

RECENSIONE: Japandroids - CELEBRATION ROCK

Polyvinyl: (giugno 2012)
Genere: lo-fi/hardcore


All’inizio furono gli  Hüsker Dü, i Replacement, i Dinosaur Jr, i Meat Puppets, gli Stone Temple Pilots, i Foo Fighters poi arrivarono gli Wavves, i No Age, i Condo Fucks, i Fucked Up, i Cymbals Eat Guitars e da ultimo i Cloud Nothing. Il lato soft ed evanescente dell’hardcore. E potrei pure fermarmi qui.

Perché Celebration Rock, l’ultimo album dei canadesi Japandroids, sulla falsa riga del precedente Post-Nothing, è una bella e sana immersione in quel mondo che fu, neanche troppo tempo fa, e che continua oggi ad essere senza, apparentemente, alcuna soluzione di continuità. Risulta quindi difficile dire se oggi noi, contemporanei dei contemporanei, siamo di fronte ad una coda di questo pseudo movimento, costola gentile dell’hardcore, o siamo in una fase già revivalista dello stesso. Sarei tentato di dire post-hardcore, se tale etichettatura non fosse già stata prenotata per definire dell’altro, che non c’entra fortunatamente niente con i Japandroids. Potrei dire “soft hardcore” se non odiassi gli ossimori, specie nei generi musicali. Allora speed hardcore? Potrebbe pure starci se la velocità non fosse già prerogativa di un movimento che, ricordo, deriva pur sempre direttamente dal punk. Suggerirei quindi per oggi di andare oltre le definizioni e provare semplicemente a commentare quest’album.

Un avvertimento prima di cominciare. Se avete voglia di ascoltare Celebration Rock ininterrottamente, recatevi prima in farmacia a comprare una confezione di Moment o di altro analgesico che possa alleviare il vostro mal di testa. 35 minuti tirati all’inverosimile manco fosse l’ultimo giorno in cui il duo canadese composto da Brian King e David Prowse possa suonare su questo pianeta. Una scarica continua, esagerata e a tratti smodata di rullate frenetiche, chitarre dolcemente distorte in veloci susseguirsi di accordi quasi sempre totalmente aperti e amplificati con massicce dosi di riverberi. Il cantato, così come il coro, è poi sempre strillato ed esasperato, sebbene leggermente in secondo piano rispetto al “rumore” musicale di sottofondo. A tratti la voce dà l’impressione di essere filtrata da un effetto megafono, quasi a sottolinearne la rabbia e l’esasperazione propria di chi vuole gridare ad una folla incandescente pronta ad assecondare tale impeto.

Si comincia con i fuochi d’artificio di “The Nights of wine and roses” che introducono una batteria che sembra suonata dal vicino dello studio di registrazione nel suo garage tanto è sorda e sfumata, fino ad arrivare al malizioso e fresco riff di chitarra che accompagna le due voci cantate/strillate  all’unisono in un delirio da celebrazione del rock. E’ un pezzo bello ed intenso, dopo il quale ci si aspetterebbe forse una pausa per riprender fiato. Ed è quello che fa presagire il dolce arpeggio introduttivo di Fire’s Highway. Ma è solo un’illusione perché dopo i primi 25 secondi la locomotiva riparte macinando celeri rullate e staffilate di accordi di chitarra, distorta sempre con delicatezza ad accompagnare il solito istinto animalesco alle voci. La sensazione di non fermarsi mai viene confermata dalla successiva Evil’s Sway: stessi ingredienti, stessa forza, perché squadra vincente non si cambia. Ma le mie orecchie gridano vendetta ed allora chiedo rifugio alla successiva “For the love of Ivy”. Niente da fare, “lasciate ogni speranza o voi che entrate”. Ma questa volta il vortice di energia e l’istinto primordiale scatenato è così forte e trascinante che il mal di testa balla, salta e poga assieme a me.

La successiva Adrenalin Nightshift a confronto sembra una tranquilla e romantica ballad, potere del relativismo uditivo indotto dall’assuefazione (oramai completa) alle sonorità di Celebration Rock. Younger Us è il pezzo che non aggiunge né toglie niente al discorso intrapreso sin ora, a differenza della successiva The House That Heaven Built, la perla dell’album. Ritmo ed impulsi animaleschi sembrano finalmente, se non domati, quantomeno ricondotti ad una disciplina sonora e persino il cantato sembra seguire un registro classico (mi ha ricordato il Bruce Springteen di Born to Run, per intenderci). Registro vocale che si conferma e si cristallizza nella successiva, ultima traccia, Continous Thunder. Un tappeto di chitarra assordante fatto da due accordi ininterrottamente ripetuti in loop, un ritmo di batteria stile intro di Wake me up when September ends dei Green Day (quindi molto militaresco) ed in generale un atteggiamento che sa di commiato verso l’ascoltatore che finalmente può tirare un sospiro di sollievo consentendo al vento di asciugare il sudore dei fremiti convulsivi dati dalle 7 tracce precedenti.

Un bel lavoro, ottimo se si fosse inserito qualcosa che potesse rompere la monolitica attitudine a correre, strillare e debordare. No, non volevo mica la ballad a tutti i costi,  ma il Moment corro davvero a prenderlo. 


70/100
(Pubblicata il 26 luglio 2012 su Storia della Musica)
Tracklist:

01. The Nights of Wine and Roses
02. Fire’s Highway
03. Evil’s Sway
04. For the Love of Ivy
05. Adrenaline Nightshift
06. Younger Us
07. The House that Heaven Built
08. Continuous Thunder


Brano del giorno: Wild Beasts - "Albatros"


Da "Smother" (2011)




lunedì 2 luglio 2012

RECENSIONE: The Maccabees - GIVEN TO THE WILD

Fiction (gennaio 2012)
Genere:Pop wave

Chi ha detto che la copertina di  Given to the Wild ricorda MOLTO quella di Go tell fire to the mountain dei WU LYF? E chi ha detto che da un po’ di tempo a questa parte se non hai un synth,  canti in falsetto e cerchi di riprodurre sensazioni musicali anni ‘80 non sei degno di attenzione? Tutte queste cose le dico io, ma “tutte queste cose” non mi impediscono di apprezzare, da subito, l’ennesimo ottimo  prodotto della sempre attiva Fiction (White Lies, Kaiser Chiefs, Snow Patrol, Crystal Castles).

 Given to the Wild è un bel disco in cui i londinesi The Maccabees, ancora troppo poco conosciuti al grande pubblico,  sembrano aver raggiunto quella maturità artistica ed umana dopo i bellissimi, ma più impulsivi, meno razionali e forse un tantino schizofrenici  Colour it in (2007) e Wall of Arms (2009). Con questa ultima prova i The Maccabees rivelano oggi una maggiore padronanza del messaggio musicale oltre ad una sagace vena pop-ulista, che spingerà sicuramente gli stessi a migliori riscontri e ritorni in questo prolifico 2012.

Ma andiamo a scoprire più da vicino Given to the wild. Si inizia con un intro (Given to the wild) che potremmo definire “gregorian dreaming”. Ascoltandolo la prima cosa che mi è venuta in mente è stata un monaco gregoriano che si addormenta su un accordo di organo (ovviamente “sintetizzato”) mentre esegue, live, la colonna sonora dello sbarco del secondo uomo sulla Luna. Ma è un attimo, ed ecco irrompere la delicata e maliziosa chitarra (molto chillwave) e il basso balbettante di Child, una malinconica dream ballad, che porta con se la voglia di un ultimo ballo sulla spiaggia, al tramonto, con una tequila sunrise di rinforzo ed un baffetto manubrio da rimorchio in evidenza sul viso del DJ. Ah, dimenticavo, incantevole.
Feel the follow ci dà l’impressione che qualcuno abbia impunemente cambiato CD, per mettere su un qualunque pezzo di un qualunque cantante pop americano dell’ultim’ora. Questa sensazione ci accompagna un po’ fino alla fine, tra accelerate e frenate da traffico intenso, ingentilite da un piano da ultimo ballo al piano bar nelle frenate, e inorgoglite da chitarra e basso decisi, veloci e convincenti nelle ripartenze.
Quando meno te l’aspetti, quando sei in procinto di cambiare CD, entra in scena lui, l’ospite inatteso, si chiama Ayla. Un giro di piano (forte?) di chopeniana memoria, una bella batteria “stra-riverberata”, un canto in un falsetto contenuto, dolcemente e sapientemente controcantato, e il buon vecchio sintetizzatore a ricordarci che siamo pur sempre una indie band del XXI secolo (e non i Coldplay, altrimenti molto ricordati). L’effetto Coldplay, interrotto da qualche nota di sintetizzatore qui e lì, sembra ritornare anche nella successiva Glimmer, tranquilla, malinconica e molto orecchiabile, ma niente più.
Forever I’ve Known, ambientazioni musicali alla Anna Calvi e cantato alla Simon&Garfunkel (ma perché no alla Ivan Graziani. Ah! Se avesse inciso in inglese, sigh!) che conducono ad una esplosione quasi math-rock verso metà traccia, ne fanno il secondo miglior pezzo dell’album. Il primo? Ora ci arrivo. Prima però c’è il pezzo clone Coldplay per eccellenza dell’album. Inizia (eccessivamente) funerea, poi si rallegra un po’, accelera quanto basta, mostra chiare le sue ambizioni, per tornare nel funereo organo da chierichetto in erba, questa Heave. Riempie l’album, ma ne avremmo fatto volentieri a meno senza grossi traumi.
Ed ecco che finalmente arriva, dopo sette tracce, quello che dovrebbe essere, almeno nelle ambizioni dichiarate della band, il pezzo trainante dell’album. E sarebbe così, se un ritmo accattivante, fatto da un riff graffiante di chitarra, da una batteria (vera) che martella il ritmo e un basso deciso, tutti inseguiti da un coro “brit original” da paura, non venisse intervallato da stucchevoli intermezzi degni della peggiore dance anni ‘90 (Double You di Please don’t go, per intenderci). Pelican, un pezzo meraviglioso, che però scivola via sul più bello. Che peccato, soprattutto se si pensa che sarebbe potuto essere davvero il miglior pezzo dell’album, e non solo.
E poi arriva Went Away, e nonostante l’ossessiva sensazione di aver ascoltato mille volte cose simili, la si ascolta (e riascolta) con rinnovato piacere perché è bella e me ne frego se quando strilla, Orlando Weeks, sembra ricordare gli acuti dei WU LYF, dopo tutto, sò ragazzi (e tutti inglesi!).
Il capolavoro di Given to the Wild  è dietro l’angolo, e si chiama “Go”. E sì, i nostri Maccabei (che però dichiarano di non essere minimamente religiosi), piazzano una chiudi-concerto che rapisce al primo ascolto. E’ forte, sicura, corale. Tutto sembra finalmente calibrato al punto giusto, e i nostri amici londinesi regalano al 2012 uno di quei pezzi che sentiamo destinati a rimanere nelle memorie e negli Ipod, di molti per lungo tempo.
L’album si chiude con Unknown (una Everything but the girls su basso di pinkfloydiana memoria), Slowly down (pezzo lento, molto Low, bello e degno di più di un ascolto specie per i conati di David Bowie che ti sorprendono quando meno te l’aspetti) e Grew up at Midnight (nel caso in cui ci fossimo dimenticati che i Coldplay ci piacciono, eccome!).
In definitiva, un album che non lascerà sicuramente un segno indelebile nella storia della musica indipendente ma che consigliamo di comprare (o almeno di farsi prestare) e tenere pronto per l’ascolto, da soli, in compagnia di amici o in feste in spiaggia, prendendo di volta in volta da Given to the wild, il pezzo che più si addice all’occasione.

70/100

1. “Given to the Wild (Intro)”
2. “Child”
3. “Feel to Follow”
4. “Ayla”
5. “Glimmer”
6. “Forever I’ve Known”
7. “Heave”
8. “Pelican”
9. “Went Away”
10. “Go”
11. “Unknow”
12. “Slowly One”
13. “Grew up at Midnight”
 


 

Brano del giorno: Sleater Kinney - "Jumpers"

Da "The Woods" (2005)