Da "Unknown Plesures" (1979)
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lunedì 4 giugno 2012
RECENSIONE: The Shins - PORT OF MORROW
SubPop (marzo 2012)
Genere: pop folk/rock
Inizio con il dire che non è stato facile scrivere una recensione di quest’album. Ci sono voluti molti, moltissimi ascolti ed è stato difficile rimanere impermeabili alle innumerevoli esternazioni sensazionalistiche che provenivano da gran parte della stampa specializzata. Così ho deciso di dedicare più tempo all’ascolto di PORT OF MORROW per dare un giudizio sulla lunga distanza (sebbene il disco sia uscito solo a marzo e noi siamo appena a metà maggio). Dopo due mesi di ascolto credo che la digestione sia ormai avvenuta. Dopotutto lo stesso Mercer ha dedicato ben 5 anni alla realizzazione dell’album, avendo deciso nel frattempo di dedicare molte più attenzioni ad un altro importantissimo aspetto della sua vita. La nuova paternità.
The Rifle’s Spiral, primo singolo diffuso, accompagnato da un video a dir poco sensazionale che sembra uscito direttamente dal pennello di Edwar Gorey, è davvero un pezzo impeccabile. Avvenuta la sintonizzazione su frequenze probabilmente aliene, comincia una marcia trascinante dove si muovono i macabri (ma adorabili) personaggi animati del video per il quale il regista, Jamie Caliri, non nasconde le inevitabili influenze date dalle 3 visioni di Hugo Cabret.
Terminata questa dose di magia e mistero, si sterza con vigore verso scenari più freschi e rilassanti, tra “canzoni semplici” (“Simple Song”) e ballate a volte fresche, altre volte un po’ “pallose”, nella media apprezzabili ma senza mai stupire e rapire come forse all’inizio ci saremmo aspettati. La qualità è sicuramente alta ed il disco, visto di profilo, ha uno spessore notevole. Per giorni mi sono dedicato all’ascolto di tutte le altre canzoni dell’album (“The Rifle’s Spiral” fa decisamente storia a se) per cercare di capire se di capolavoro si trattasse. Ed è stato strano constatare come sensazioni diverse arrivassero ai ripetuti ascolti. Ciò che è certo è che, contrariamente a quello che di solito succede, alle entusiasmanti impressioni delle prime immersioni si sono succedute sensazioni di stucchevolezza, come se si fosse di fronte a tracce di “chicchessia” ascoltate e riascoltate da anni (sono venuti in mente più volte, REM, Blur, Travis e via dicendo).
Salvo a pieno anche la title track, che assieme a The Rifle’s Spiral danno una nota di peculiarità ad un sound altrimenti troppo scontato e anonimo. Non riuscire quasi mai ad ascoltare una traccia per intero a meno che non si lasci il disco come sottofondo, è un segnale fin troppo chiaro.
In definitiva, un disco positivo perché non fa male ascoltarlo. Ma se si è alla ricerca di emozioni vere, il 2012 ha regalato già tanto di meglio (sebbene forse non ancora al livello del magico 2011). Non ce ne vogliano i più, ma a me quest’album è piaciuto, senza però ci sia il bisogno di sbucciarsi le mani in applausi inconsulti, che risparmio per eventi futuri migliori.
Franz Bungaro
Franz Bungaro
65/100
Tracklist:
2.Simple Song
3.It’s Only Life
4.Bait And Switch
5.September
6.No Way Down
7.Fall Of ’82
8.For A Fool
9.40 Mark Strasse
10.Port Of Morrow
domenica 3 giugno 2012
sabato 2 giugno 2012
RECENSIONE: Marco Guazzone e gli STAG - L'ATLANTE DEI PENSIERI
SunnyBit records (aprile 2012)
Genere: Pop rock
Genere: Pop rock
Mi capita di ascoltare di tutto. Così come un pò tutti cercano di farsi ascoltare. Marco Guazzone, romano classe 1988, racconta una storia per certi versi unica, differente.
Ne ho sentito parlare per la positiva impressione che ha suscitato nella sezione giovani del festival di Sanremo 2012 dove ha presentato il brano Guasto. Lì si è fatto apprezzare ed ha subito destato l’attenzione di molte orecchie raffinate. Spenti quei riflettori pensavo di dover semplicemente archiviare una bella sensazione.
E invece qualcosa bolliva in pentola e sarebbe nata da lì a poco. La SunnyBit, giovane label indipendente italiana, aveva accolto già nel 2010 nella sua scuderia questa giovane promessa affiancandogli in produzione niente meno che Steve Lyon (già collaboratore, tra gli altri, di Cure, Depeche Mode, Subsonica). E come per magia ecco che Marco Guazzone ritorna alla ribalta con un disco affascinante e sorprendente, inciso e portato in giro per l’Italia con gli STAG (nome inglese per “cervo”, immagine ricorrente nella loro iconografia), la sua coloratissima band.
Il respiro internazionale è ancora più spiccato e pervade un po’ tutte le 12 tracce de “L’ATLANTE DEI PENSIERI”. Dodici brani nei quali non ho faticato a ritrovare tracce di brit-pop con piccole sfumature “sintetizzate” che tanto vanno di moda oggi sia al di qua sia al di là dell’oceano. Ma non solo. Ascoltando con attenzione l’album la mente va al piano e alla voce di Chris Martin (Coldplay) alla timbrica di Tiziano Ferro, alle melodie delle migliori ballate dei Muse o di Paolo Nutini. Troviamo addirittura un azzardo stoner (“Exutoire”) che per un attimo mi ha ricordato i Kyuss o i Queen of the Stone Age (ma per un attimo, tranquilli!).
Ci sono poi delle scanzonate ballate/lullaby (“Sabato simpatico, “Les Paul”) degne del miglior repertorio indie pop britannico contemporaneo. L’overture (“Silent movie”), un piano forte e sintetizzatore da manuale, è davvero da brividi e fa annusare con malizia ambientazioni space psych ambient dove il background di Guazzone (ha studiato musica da cinema al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma) viene fuori in tutta la sua arte e professionalità. Un ottimo lancio per “Atlas of Thoughts”, seconda traccia dell’album e biglietto da visita internazionale di lusso dell’artista. Cantato potente e sicuro in un inglese impeccabile su un tappeto musicale perfetto (complimenti agli STAG!). Segnalo ancora la già citata Exutoire, l’ormai famosa Guasto (ci ricorda molto, nel ritornello, la Starlight dei mitici Muse), la freschissima Rodby e il gagliardo elettro pop di Antidote.
Non è un caso che il tour di Marco Guazzone e gli STAG, attualmente in giro per Italia, stia toccando tappe e locali generalmente battuti dal miglior sottobosco nazionale ed internazionale indipendente, generalmente non troppo mainstream. Dai fiori di Sanremo alle taverne dell’indie, Marco Guazzone e gli STAG sembrano essere sempre a loro agio. Cerchiobottisti? Tutt’altro. Artisti completi.
Tracklist
1.Silent Movie
2.Atlas of Thoughts
3.Sabato simpatico
4.Exutoire
5.Guasto
6.Il principe Davide
7.Rodby
8.Les Paul
9.Oramai
10.Antidote
11.Cani randagi
12.La mia orchestra
2.Atlas of Thoughts
3.Sabato simpatico
4.Exutoire
5.Guasto
6.Il principe Davide
7.Rodby
8.Les Paul
9.Oramai
10.Antidote
11.Cani randagi
12.La mia orchestra
venerdì 1 giugno 2012
RECENSIONE: Poliça – GIVE YOU THE GHOST
Totally Gross National Product (aprile 2012)
Genere: Elettro pop/ Alt R&B
Penso sia inutile nascondersi dietro ad un dito. Il motivo principale per il quale mi sono avvicinatio a questa neonata band di Minneapolis è uno solo. Il profluvio di complimenti espressi nei loro confronti da Justine Vernon dei Bon Iver, per i quali ultimi i Poliça apriranno varie date del tour 2012, compresa la imperdibile tappa italiana di Ferrara, il prossimo 19 luglio.
Alla cieca, quindi, in maniera ancora più intrigante, ho cominciato ad annusare questo GIVE YOU THE GHOST. E fin dalla prima traccia (Amongster) ho pensato che anche se non saranno proprio “la migliore indie band del mondo” (Justine Vernon, cit.), danno un contributo essenziale quanto meno alle mia implacabile, insaziabile, mai doma, pulsione di cercare e scovare dell’ottima musica non convenzionale.
Ho così scoperto che voce nonché leader del gruppo è la giovanissima Channy Leaneagh , ex frontgirl, con il nome di Channy Caselle, dei Roma di Luna (una indie band di Minneapolis, di respiro anni 80 e di “rionale” successo) oltre che collaboratrice, assieme allo stesso Justin Vernon, del progetto musicale Gayngs, assieme a più di 20 altri musicisti.
Rispetto al suo recentissimo passato, la voce di Channy (molto simile, tra le altre, a quella di Dido o a quella di Nataly Dawn dei Pompaloose di Jack Conte) è qui vittima di costanti effetti distortivi, quasi estremi, ma sempre in perfetta sintonia con l’atmosfera ultraterrena che la musica ricostruisce. Tastiere e sintetizzatore quasi sempre in evidenza su un basso ed una batteria che comunque si sentono, in modo distinto, e si percepiscono come parte di un concetto musicale che vuole comunque rimanere ancorato alla fisicità del suono. Rare volte ho assistito ad una così maliziosa ed azzardata mistura di artificiale e reale, che riuscisse a sedurmi in modo irreversibile, in maniera così beffarda e irrazionale.
C’è un po’ di dream pop, un pizzico di chillwave (specie nel ritmo), ci sono certi profumi dance anni novanta (le tastiere degli Everithing but the girls e Haddaway), accenni di R&B e funky, ma soprattutto tanta tanta voglia di fare qualcosa di diverso e sicuramente distintivo e peculiare per un esordio che non fatico a definire con i fiocchi. Tutte le tracce sono sopra la media, ma meritano particolare menzione Amongster (immensa), I See My Mother, Form, la deliziosa Lay Your Cards Out e lo space-funky di Leading to Death, il calo del sipario subito prima dello scroscio di fragorosi applausi. I miei applausi. Sinceri.
Tracklist:
1. Amongster
2. I See My Mother
3. Violent Games
4. Dark Star
5. Form
6. The Maker
7. Lay Your Cards Our
8. Fist, Teeth, Money
9. Happy Be Fine
10. Wandering Star
11. Leading To Death
2. I See My Mother
3. Violent Games
4. Dark Star
5. Form
6. The Maker
7. Lay Your Cards Our
8. Fist, Teeth, Money
9. Happy Be Fine
10. Wandering Star
11. Leading To Death
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