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lunedì 2 luglio 2012

RECENSIONE: The Maccabees - GIVEN TO THE WILD

Fiction (gennaio 2012)
Genere:Pop wave

Chi ha detto che la copertina di  Given to the Wild ricorda MOLTO quella di Go tell fire to the mountain dei WU LYF? E chi ha detto che da un po’ di tempo a questa parte se non hai un synth,  canti in falsetto e cerchi di riprodurre sensazioni musicali anni ‘80 non sei degno di attenzione? Tutte queste cose le dico io, ma “tutte queste cose” non mi impediscono di apprezzare, da subito, l’ennesimo ottimo  prodotto della sempre attiva Fiction (White Lies, Kaiser Chiefs, Snow Patrol, Crystal Castles).

 Given to the Wild è un bel disco in cui i londinesi The Maccabees, ancora troppo poco conosciuti al grande pubblico,  sembrano aver raggiunto quella maturità artistica ed umana dopo i bellissimi, ma più impulsivi, meno razionali e forse un tantino schizofrenici  Colour it in (2007) e Wall of Arms (2009). Con questa ultima prova i The Maccabees rivelano oggi una maggiore padronanza del messaggio musicale oltre ad una sagace vena pop-ulista, che spingerà sicuramente gli stessi a migliori riscontri e ritorni in questo prolifico 2012.

Ma andiamo a scoprire più da vicino Given to the wild. Si inizia con un intro (Given to the wild) che potremmo definire “gregorian dreaming”. Ascoltandolo la prima cosa che mi è venuta in mente è stata un monaco gregoriano che si addormenta su un accordo di organo (ovviamente “sintetizzato”) mentre esegue, live, la colonna sonora dello sbarco del secondo uomo sulla Luna. Ma è un attimo, ed ecco irrompere la delicata e maliziosa chitarra (molto chillwave) e il basso balbettante di Child, una malinconica dream ballad, che porta con se la voglia di un ultimo ballo sulla spiaggia, al tramonto, con una tequila sunrise di rinforzo ed un baffetto manubrio da rimorchio in evidenza sul viso del DJ. Ah, dimenticavo, incantevole.
Feel the follow ci dà l’impressione che qualcuno abbia impunemente cambiato CD, per mettere su un qualunque pezzo di un qualunque cantante pop americano dell’ultim’ora. Questa sensazione ci accompagna un po’ fino alla fine, tra accelerate e frenate da traffico intenso, ingentilite da un piano da ultimo ballo al piano bar nelle frenate, e inorgoglite da chitarra e basso decisi, veloci e convincenti nelle ripartenze.
Quando meno te l’aspetti, quando sei in procinto di cambiare CD, entra in scena lui, l’ospite inatteso, si chiama Ayla. Un giro di piano (forte?) di chopeniana memoria, una bella batteria “stra-riverberata”, un canto in un falsetto contenuto, dolcemente e sapientemente controcantato, e il buon vecchio sintetizzatore a ricordarci che siamo pur sempre una indie band del XXI secolo (e non i Coldplay, altrimenti molto ricordati). L’effetto Coldplay, interrotto da qualche nota di sintetizzatore qui e lì, sembra ritornare anche nella successiva Glimmer, tranquilla, malinconica e molto orecchiabile, ma niente più.
Forever I’ve Known, ambientazioni musicali alla Anna Calvi e cantato alla Simon&Garfunkel (ma perché no alla Ivan Graziani. Ah! Se avesse inciso in inglese, sigh!) che conducono ad una esplosione quasi math-rock verso metà traccia, ne fanno il secondo miglior pezzo dell’album. Il primo? Ora ci arrivo. Prima però c’è il pezzo clone Coldplay per eccellenza dell’album. Inizia (eccessivamente) funerea, poi si rallegra un po’, accelera quanto basta, mostra chiare le sue ambizioni, per tornare nel funereo organo da chierichetto in erba, questa Heave. Riempie l’album, ma ne avremmo fatto volentieri a meno senza grossi traumi.
Ed ecco che finalmente arriva, dopo sette tracce, quello che dovrebbe essere, almeno nelle ambizioni dichiarate della band, il pezzo trainante dell’album. E sarebbe così, se un ritmo accattivante, fatto da un riff graffiante di chitarra, da una batteria (vera) che martella il ritmo e un basso deciso, tutti inseguiti da un coro “brit original” da paura, non venisse intervallato da stucchevoli intermezzi degni della peggiore dance anni ‘90 (Double You di Please don’t go, per intenderci). Pelican, un pezzo meraviglioso, che però scivola via sul più bello. Che peccato, soprattutto se si pensa che sarebbe potuto essere davvero il miglior pezzo dell’album, e non solo.
E poi arriva Went Away, e nonostante l’ossessiva sensazione di aver ascoltato mille volte cose simili, la si ascolta (e riascolta) con rinnovato piacere perché è bella e me ne frego se quando strilla, Orlando Weeks, sembra ricordare gli acuti dei WU LYF, dopo tutto, sò ragazzi (e tutti inglesi!).
Il capolavoro di Given to the Wild  è dietro l’angolo, e si chiama “Go”. E sì, i nostri Maccabei (che però dichiarano di non essere minimamente religiosi), piazzano una chiudi-concerto che rapisce al primo ascolto. E’ forte, sicura, corale. Tutto sembra finalmente calibrato al punto giusto, e i nostri amici londinesi regalano al 2012 uno di quei pezzi che sentiamo destinati a rimanere nelle memorie e negli Ipod, di molti per lungo tempo.
L’album si chiude con Unknown (una Everything but the girls su basso di pinkfloydiana memoria), Slowly down (pezzo lento, molto Low, bello e degno di più di un ascolto specie per i conati di David Bowie che ti sorprendono quando meno te l’aspetti) e Grew up at Midnight (nel caso in cui ci fossimo dimenticati che i Coldplay ci piacciono, eccome!).
In definitiva, un album che non lascerà sicuramente un segno indelebile nella storia della musica indipendente ma che consigliamo di comprare (o almeno di farsi prestare) e tenere pronto per l’ascolto, da soli, in compagnia di amici o in feste in spiaggia, prendendo di volta in volta da Given to the wild, il pezzo che più si addice all’occasione.

70/100

1. “Given to the Wild (Intro)”
2. “Child”
3. “Feel to Follow”
4. “Ayla”
5. “Glimmer”
6. “Forever I’ve Known”
7. “Heave”
8. “Pelican”
9. “Went Away”
10. “Go”
11. “Unknow”
12. “Slowly One”
13. “Grew up at Midnight”
 


 

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