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mercoledì 19 settembre 2012

RECENSIONE Twin Shadow - CONFESS

4AD
Wave - Synth-pop







"Wave” goes the world  

Avrei voluto tralasciare il fatto che George Lewis Jr, al secolo Twin Shadow,  si mostri, nella copertina di Confess, come un Lenny Kravitz davanti ad uno specchio poco prima di recarsi alla festa anni 80 organizzata dai compagni di liceo o come un Neon Indian appena travolto da un destabilizzante delirio di machismo. Avrei voluto, ma aveva un senso non farlo.  

 







Parlare di "retromanie" in questa era musicale e nel contesto sociale sviluppatosi nelle grandi metropoli del pianeta Terra tra la generazione a cavallo dei 30 anni (c'e' chi li/ci chiama hypster) è diventato talmente frequente, a tratti detestabile, che davvero mi chiedo se e fino a che punto abbia ancora senso farlo. Siamo la musica che ascoltiamo e viceversa. La musica in giro è quella che vogliamo ascoltare, da una parte e dall'altra delle casse (o delle cuffiette). Negli anni '10, diranno, si ascoltava questa musica, che qualcuno con un razionale senno di poi saprà meglio definire, senza magari neanche più citarli, gli anni 80. 

Detto questo, che non è poco, possiamo incanalare tutte queste considerazioni (anche quelle apparentemente banali sulla simbologia iconoclasta di cui sopra) nell'ultima fatica di Twin Shadow. L'avevamo lasciato al fantastico esordio di Forget che tanto aveva impressionato ed entusiasmato fan e critici di tutto il mondo e lo ritroviamo ora, nel 2012, con questo attesissimo Confess. In 2 anni ne sono passate di acque (anche reflue) sotto i ponti e le vendite di tecnologie di sintesi musicale vintage hanno visto letteralmente esplodere i loro ordinativi. La new wave è stata in questi anni “saccheggiata” da artisti di ogni parte del globo (Interpol, Editors, The Horrors, She Wants Revenge) con lodevoli rappresentanti anche in Italia (Der Noir, Be Forest) così come le oniriche reminescenze di pop sintetico anni 80 sono nel frattempo divenute un genere ben preciso. Da Washed Out a Memory Tapes, passando per Toro Y Moy, M83, i nostri magnifici Casa del Mirto, e Neon Indian, appunto, solo per citarne alcuni.

Tutto questo mare magnum di suoni "paninari" ha di fatto assuefatto le orecchie attente a questo tipo di sonorità rivelando al contempo tanto una predisposizione positiva alla tendenza quanto una inevitabile maggiore capacità critica sul reale valore di quanto prodotto.  

Dovendo parlare di questo disco e volendo essere più scientifici nell'analisi, Confess e' tutto questo, ma dà, come il precedente Forget,  maggiore spazio e rilevanza al  synth-pop classico, che a tratti è pura wave. L'evanescenza e l'impalpabilità' del pop ipnagogico sono infatti corretti da un cantato mediamente più deciso, riverberato a livelli non estremi; la chitarra è spesso distintamente riconoscibile (c'e' chi scommette che ci possano essere voluti anche più dei canonici 5 minuti per arrangiarla) mentre la drum machine così come il caro sintetizzatore sono davvero quelli dei prosciugati anni 80 (Thompson Twins, Man Without Hats, giusto per non citare sempre gli stessi).  

Golden Light e' dalle parti degli M83 più dirompenti e mediaticamente efficaci, quelli di Hurry up we’re dreaming, per intenderci. Muscolosi riff di chitarra elettrica su un tappeto musicale quasi hip pop, regalano una piacevolissima allucinazione ultrasensoriale, lisergica, in You call me on. La vera vena wave viene fuori alla grande in Five seconds, il primo singolo dell’album, e la si ritrova, più spumeggiante, nella successiva, deliziosa, Run my heart. Dalle parti degli Editors la prima e degli ultimi The Maccabees la seconda. The One e' un pop wave stile Cure, quei Cure, mentre Beg for the night e' a metà strada tra un onesto omaggio ai primissimi Tears for Fears ed una ballad di una glam rock band (sempre anni 80) stile Whitesnake (si noti l'elefantiaco assolo finale di chitarra stile Van Halen).  



Un'anima più calda e soul in un ambiente sonoro dark/cold wave sono le principali caratteristiche di Patient, secondo singolo dell’album, con un video che racconta il secondo episodio della storia (scritta realmente da Gorge Lewis Jr, vedere alla voce Night of the Silver Sun) di gang futuriste di bikers cominciata con Five seconds.   L'allucinazione ipnagogica esplode in When the movie is over, dove Twin Shadow si sollazza  nel vestito che, a parer mio, meglio sa indossare, quello che lo sposa a Simon Le Bon. Un tributo ai Depeche Mode non poteva mancare e lo si fa con una ballad che Dave Gahan, quello dei giorni nostri, avrebbe sicuramente voluto interpretare. A chiudere un lento, come li facevano in quegli anni, quando i Berlin portavano i nostri respiri lontano, a bordo di roboanti motociclette di grossa cilindrata, rigorosamente senza casco. Nostalgia canaglia.  


Pubblicata su Storia della Musica il 19 settembre 2012.

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