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martedì 4 dicembre 2012

RECENSIONE: Mumford & Sons - BABEL

Island - Glassnote (2012)

Nu Folk


Know my weakness, know my voice.
I believe in grace and choice.
(da “Babel”)



Marcus Oliver Johnston Mumford, voce e leader dei Mumford & Sons, è nato il 31 gennaio del 1987 a Anaheim, California, da genitori inglesi. Al tempo dell’uscita di questo ultimo Babel (A.D. 2012) ha quindi 25 anni. Neanche a dirlo, quando uscì Sigh no more, nel 2009, ne avrà avuti 22. Eppure lui, per qualche strana ragione che non mi so spiegare, non ha mai avuto gli anni che ha. Il curioso caso di Marcus (Benjamin Button) Mumford, mi verrebbe da pensare. Lui canta, strilla, balla, suona (qualsiasi strumento!) e incanta come un’icona folk senza tempo, e a dispetto della sua pachidermica stazza, ha un carisma e una sicurezza nel trasmettere il suo messaggio, che di questi tempi rassicurano.




La sua timbrica ed impostazione vocale ricordano molto quella di maestri sdoganatori del folk, dagli amatissimi Simon and Garfunkel (dei quali reinterpreta qui magnificamente The Boxer) a Brad Roberts dei Crash Test Dummies, passando per l’ultimo StingRobin Pecknold dei Fleet Foxes, per arrivare da ultimo a Joe Newman dei nostri amati ALT-J. Il folk da bere, per noi comuni mortali. Il folk che ascolti con piacere anche se il folk ti annoia, anche se la Guinness non è propriamente la tua birra, anche se i Clancy Brothers proprio non sai chi siano.   




Salire a bordo di Babel è un’esperienza che non si può relegare a semplice ascolto, sporadico, occasionale e che, personalmente, non dimenticherò facilmente. Perché è stato difficile capire che quello che credevi troppo bello per essere vero, poi era bello davvero. Che ciò che stava entrando lentamente nella tua testa e nella tua vita, lo stava facendo dalla porta principale semplicemente perché meritava tale ingresso importante. Che alcuni giudizi negativi ascoltati e letti in giro potevano anche essere stati dettati da superficiali e poco attente analisi o, semplicemente, da scarsa predisposizione a questo tipo di ascolto.  





Rispetto al pluripremiato (oltre che copiosamente venduto) Sigh no more, che rimane, almeno per il momento, ad un livello qualitativo ed emotivo leggermente superiore, qui il piano, in più punti, è leggermente più inclinato, e la locomotiva corre un tantino di più (Babel, Whispers in the dark, I will win, Lover of the light). La locomotiva Mumford & Sons è pure più importante ed elegante, ha il passo di chi ha già raggiunto la piena padronanza dei propri mezzi. Alcuni quindi, in modo sbrigativo, potrebbero accusare Babel di essere furbescamente più commerciabile. Sinceramente non lo credo. E questo a prescindere dalle effettive vendite dell'album, che mi auguro altrettanto importanti. Che le cose belle, poi, vanno pure acquistate.  





Il banjo è incandescente, e gira spesso in modo vorticoso. Si ascoltano, di rado, note di pianoforte e violino, che fa sempre tanto chic. Le atmosfere, specie per i favolosi vocalizzi onnipresenti, raggiungono spesso una coralità ed una dimensione da cavee di teatri o auditorium affollate di raffinato pubblico dal palato buono. La protagonista è, ovviamente, la chitarra acustica, il metallo conduttore perfetto per la voce di Marcus. Ruvida, passionale, sincera nel ruolo che interpreta. Profonda e calda, come non t'aspetti da un venticinquenne che ha da poco cambiato l'ugola da adolescente.  

Il capolavoro è “Broken Crown”, ma non disdegnate di regalare tempo a tutte le altre tracce, con una particolare attenzione a Babel, I will win, Lover of the light, Lovers' Eyes, e Hopeless Wanderer. Non farlo sarebbe un vero peccato e potrebbe portarvi un giorno a pentirvene.  




Comunque la pensiate, questo Babel è, almeno per il sottoscritto, un gioiellino, pieno zeppo di poesie musicate alla perfezione ed interpretate con commovente partecipazione dai suoi attori, tanto dal padre quanto dai figli. I figli naturali e riconosciuti del folk.

Pubblicata su Storiadellamusica.it

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