Colin Stetson - NEW HISTORY WARFARE VOL.3 - TO SEE MORE LIGHT (2013, Constellation)
Avantgarde - Saxophone Jazz
Sia chiaro, se suoni il sassofono, hai come fonti di ispirazione
e numi tutelari gente come Anthony Braxton e Ornette Coleman, ti muovi nel
campo di una musica fuori dagli schemi classici, perlopiù sperimentale e
d’avanguardia, dove il sax è l’elemento portante se non l’unico elemento delle
tue composizioni, così come fa oggi gente del calibro di Mats Gustafson o il
nostro immenso Luca T. Mai (Zu, Mombu); se fai della tecnica della
respirazione circolare il tuo marchio di fabbrica abiurando la tecnica classica
alla ricerca di suoni che assomigliano più a barriti di elefanti che a note di
ottoni; se sei tutto ciò, di certo, non rischi di essere considerato un
ruffiano della (e nella) musica. Almeno non fino a quando condividi le tue
paturnie e manie musicali schizofreniche con i protagonisti indiscussi del
panorama para-meta-indie mondiale degli ultimi anni, tra i tanti, gli Arcade Fire e, da ultimo, Justin
Vernon/Bon Iver.
Questo concetto Colin Stetson ed il suo magnifico sax (basso,
tenore e contralto) lo devono aver avuto ben presente nel terzo capitolo
delNew
History Warfare, sottotitolato To
see more light. Rispetto ai due capitoli precedenti, comunque validissimi e
sicuramente più temerari nella sperimentazione e nell’ansia di destrutturazione
della forma canzone, l’ultimo capitolo risulta indubbiamente di più facile lettura
per un orecchio allenato a certe sonorità.
L’ingombrante sax basso è il re
indiscusso che scende a compromessi, nella sua ininterrotta profusione di note
calde ed avvolgenti (e qui la respirazione circolare ripaga abbondantemente gli
sforzi immondi che la stessa richiede ai polmoni di Colin) solo con la voce di Justin Vernon che recita, su alcuni
brani, i più belli (And in Trouth, Who the waves are roaring for) anche qui
il ruolo di Bon Iver, specie quello
dell’ultimo album. Solo in un momento, il brano Brute, Justin sperimenta una inaspettata vena cattiva e disperata,
forse anche buffa, di matrice death metal,
che sicuramente non si era mai assaporata sinora nelle sue produzioni. Ragion
per cui questo brano sembra più un pezzo dei Meshuggah che suonano i Mombu
che una ulteriore perla di raffinata sperimentazione stetsoniana.
L’album è registrato in presa
diretta, live, senza sovraincisioni, seppur sembri incredibile che ciò possa
essere realmente accaduto. Solo una miriade di microfoni piazzati a distanze ed
angolazioni diverse, a catturare le diverse sfumature del suono magico del sax,
dalle note vere e proprie fino alle percussioni dei tasti dello strumento, sfumature
poi mixate con abilità da maestro in studio da Ben Frost, co-produttore, assieme allo stesso Stetson, dell’album. Solo
la voce di Vernon è aggiunta in un secondo momento, ma va benissimo così.
Profumi da primi Sigur Ros si respirano nel cantato di Among the Sef mentre la title track, nei suoi 15 minuti di
ininterrotti profluvi di note (nella prima parte, in maggioranza alte) e
rimbombi, sembra la perfetta colonna sonora per un documentario di uccelli che
abbandonano lande ghiacciate alla ricerca del calore riparatore. Verso metà
traccia sembra che il sassofono si trasformi in una viola rendendo l’ambiente
più cupo con una litania oltremodo lamentosa che quasi in contemporanea fa la
sua comparsa in scena. Sembra l’avanguardia industriale dell’ultimo Teardo/Bargeld, e la cosa non può che
farmi estremamente piacere. Una sola cover, la What are they doing in heaven today, uno splendido vecchio canto
gospel di Washington Phillips,
interpretato con metodo e trasporto impeccabile da Vernon, accompagnato dalle
pulsazioni continue delle note alte del sax di Stetson.
Con questo ultimo capito della
trilogia del New History Warfare di
Colin Stetson si è di fronte al tentativo meglio riuscito di sdoganamento e
volgarizzazione di uno dei filoni più ostici ma allo stesso tempo affascinanti
dell’avanguardia, quella jazz. Sono sicuro che molti, per la prima volta,
assaporeranno il piacere malato della nota storta e ubriaca di un sax solo
perché spinti dalla curiosità di sentire l’ultima collaborazione del loro amato
Justin Vernon. Ma se questo è il prezzo da pagare per guadare il fiume che separa l'anonimato da palcoscenici ben più affollati, il gioco vale decisamente la candela.
L’ultimo album di Colin Stetson è infatti una miniera di emozioni, viziate ancora dal
germe della sperimentazione libera e in gran parte scomposta, ma guarite ed addolcite dalla
medicina della passione incondizionata per la buona musica e dal rispetto dignitoso per i rispettivi ruoli. Quello del talentuoso sassofonista e del cantautore sopra la media. Non si poteva chiedere di più,
sinceramente.
Teho Teardo e Blixa Bargeld - STILL SMILING (Spécula, 2013)
Industrial - Avantgarde
Ci sono cose che mi scorticano le
membra fino a solleticarmi l’anima.
L’aria è densa, pesante. L'umore, mediamente critico, con me stesso, in
primo luogo. Vorrei non capire quello che mi dite perché nella pacifica incoscienza
si ripara e si sostanzia la mia ansia, spesso disattesa, di divertimento.Ma poi va a finire che capisco tutto, o così m’illudo.
Ed è una cosa terribile, se poi siamo in pochi, a capire. La musica è
divertimento, in primo luogo, ma è anche ansia di conoscenza, di scoperta, di
purificazione attraverso un percorso tortuoso e saturo di insidie scomode. Mi
domando. Esiste, nella musica, un punto di equilibrio tra il divertimento e la meticolosa
conoscenza? Tra la facile fruizione e la difficile e spesso irrazionale scoperta
di un bisogno complesso? Si può ancora gioire senza farsene necessariamente una
colpa? E’ colpa il desiderio solitario di rifuggire la splendida banalità alla
ricerca di un’emozione, all’apparenza illegittima, ma che si rivela poi
autentica e definitiva? La mente ed il cuore di chi alimenta e si alimenta di
musica sono degli strumenti di misura che con il tempo, generalmente, cambiano
la tara. Teho Teardo e Blixa Bargeld hanno più volte ed in
modo irreversibile manomesso la mia bilancia emotiva nel corso degli anni e
quest’album, Still Smiling, giunge
quando sono più che pronto a riceverlo. Di più, ne sentivo il bisogno. E con
me, ne sono sicuro, ci sarà una discreta schiera di navigatori temerari
appassionati di sentieri poco battuti ma dal fascino devastante.
Teho Teardo e Blixa Bargeld
sono due giganti della musica contemporanea che hanno saputo vivere comodamente
tanto nelle retrovie quanto sotto i riflettori, senza all’apparenza ricercare
né gli uni né gli altri. Fuori dai riflettori importanti, soprattutto agli
inizi delle rispettive carriere, la loro musica si è nutrita, per anni, nelle cantine
polverose di grandi metropoli europee (in particolare Roma e Berlino), degli
input provenienti dalle sottoculture più innovative, bizzarre e d’avanguardia,
contribuendo sicuramente a forgiarne i contenuti. Il primo è un artista
(compositore, musicista, sound designer) dalla trentennale carriera, gran parte
della quale su scala internazionale (tra i tanti, Meathead, Matera, Here, Operator), ultimamente impegnato soprattutto nella realizzazione di
colonne sonore originali per il cinema italiano d’eccellenza (sue le colonne
sonore originali, tra gli altri, de Il Divo
e di Una vita tranquilla) il secondo
è uno dei punti di riferimento della musica industrial
e dell’avanguardia tutta con la band culto degli Einsturzende Neubauten, di
cui è tutt’ora leader, oltre ad essere stato per anni (più di venti) la
chitarra ed una delle colonne portanti di Nick
Cave and the Bad Seads.
I due avevano già lavorato
assieme nel 2009 in
uno spettacolo della Socìetas Raffaello
Sanzio, la compagnia di teatro di Cesena devota alla sperimentazione e alla
rappresentazione d’avanguardia. In quell’occasione assieme a loro c’era anche Alexander
Balanescu, il visionario violinista
rumenopresente pure in questo Still Smiling assieme al suo fidato
quartetto d’archi. La collaborazione tra Teardo e Bargeld era poi continuata
l’anno successivo con la firma del brano “A quite life” per la colonna sonora
dell’omonimo (previa traduzione) film con Toni Servillo. Brano tra l’altro ripresentato
in quest’album con una nuova magnifica veste. A completare la squadra di
musicisti che prestano la propria opera per quest’ultimo progetto c’è poi il superlativo
violoncello di Martina Bertoni.
Still Smiling è, insieme, il teatro d’avanguardia e la composizione
cinematografica, l’ansia, la forza e l’irrequietezza industrial verso la comunicazione, simultanea, di bisogni vitali e di
apparenti banalità attraverso un mezzo che sembra indecifrabile e che ne
ribalta i rispettivi ruoli. Il cantato teatrale di Bargeld passa, anche
all’interno di uno stesso brano, dall’italiano al tedesco all’inglese senza
regola apparente alcuna guidato soltanto dalla musicalità e dall’emotività delle
rispettive peculiarità fonetiche. C’è un magico connubio tra l’elettronica elegante
di Teardo ed il fascino oscuro e angosciante degli archi, cadenzati e ritmati o
semplicemente assecondati dalla voce di Bargeld, sempre in primo piano, e
sempre perfettamente incastonata nell’amalgama sonora impeccabile che ne
deriva. Still Smiling è, soprattutto, un forte concentrato di emozioni. E
queste, davvero, non le si possono spiegare. Le si possono vivere, le si possono
indicare, ma si deve essere pronti a riceverle così come preparati a viverle da
soli, o in buona compagnia.
Succede così a quelle cose, a quelle persone, a
quelle forme d’arte che mi scorticano le membra fino a solleticarmi l’anima.
L'autista dell'autobus mi parla di spread, delle ragioni per cui avrei dovuto votare la protesta, per protesta, di protesta, quando una volta era il cucchiaio di Totti o le arringhe che contrapponevano le tesi sul brutto naturale rispetto al prosperoso rifatto bene. Per terra e' sporco, c'è odore di pipì, ci sono le cacche dei cani che devo evitare, non mi posso distrarre. Sono tante, alcune rigogliose, altre più mestamente piccole e rinsecchite. Attenzione però, vanno assolutamente evitate anche quelle, me lo ripeto come un mantra. Al supermercato faccio la spesa con i successi in sottofondo. Ma l'hai sentito Mengoni?È favoloso e poi c'ha na voce. Si ma i Modà? Arrivo alla cassa, sono stanco e tanto triste ("i Modà?"), c'e' fila, tanta fila. Ma cosa vuole, e' venerdi', la gente smette di lavorare e fa la scorta per la settimana. Forza però, manca poco. Giusto il tempo che la nonnina lì davanti trovi nella sua borsa i 2 centesimi che le mancano per fare cifra esatta. Poi una signora, in grembiule verde e tacchi a spillo, capelli color mogano strisciati di giallo, molto stirati, unghie da pantera, annuncia svogliatamente al microfono che "apre di qua". Ecco che finalmente comprendo sulla mia pelle cosa intendeva dire Quel tale con quell'ipocrita “gli ultimi saranno i primi”.[...] Che paese di merda.
No, non sono impazzito, per quanto non possa comunque escluderlo categoricamente. Sta di fatto che è frustrante vivere in questo paese dove tutto ciò è la norma e troppo spesso ci si sente fuori luogo, non a proprio agio. In Francia, almeno all'apparenza, le cose vanno diversamente. Nel campo musicale, ad esempio, negli ultimi anni si sforna musica di sicuro valore tanto da essere facilmente esportata in tutto il mondo. Un francese, almeno da questo punto di vista, può sentirsi appagato da quello che la propria terra sa offrire, e i riconoscimenti oltre frontiera dei propri figli inorgogliscono meritatamente questa gente.
Il krautrok sta tornando in auge ma la matrice crucca è ormai solo un punto di riferimento sentimentale, ragion per cui forse, oggi più che mai, sarebbe meglio esprimersi in altri termini (motorik?). Se l’anno scorso avevo apprezzato davvero tanto gli album di Tristesse Contemporaine (S/T) e soprattutto di Zombie Zombie (Rituels d’un nouveau monde), quest’anno il lato elettronico del mio cuore ha seriamente rischiato di esplodere.
Da Montreal, dal Canada francese, arriva questo Images du futur dei Suuns, l’album più bello che mi è capitato di ascoltare da quando racconto dischi. È relativamente poco tempo che lo faccio, sebbene giudizi sui dischi ascoltati, tanti, ne ho sempre dati. Ma si sa, verba volant. Per far si che qualcosa rimanga, bisogna scriverlo, non importa dove, l’importante è lasciar traccia.
L’immaginario è sempre in qualche modo francese, ragion per cui la geografia della musica elettronica che si rifà a certe tendenze va necessariamente aggiornata se non addirittura riscritta. Images du futur è stato scritto e registrato quando a Montreal imperversava una fervida protesta studentesca che Ben Shemie, leader della band, giura abbia influenzato pesantemente l’animo del gruppo e conseguentemente l’intero album, con quel suo clima di “eccitamento, speranza e frustrazione”. Tutto, in effetti, sembra riportare l’animo dell’ascoltatore nella direzione di un eccitamento calmierato da una costante e deprimente sensazione di rassegnazione.
Attenzione, il cocktail suddetto è micidiale e rischia seriamente di destabilizzare. La parte elettronica eccita, stordisce, richiamando spesso dimensioni oniriche ed ultramateriali; il ritmo mette marzialmente in riga; le chitarre tagliano come lame affilatissime che stuzzicano maliziosamente ferite aperte e sanguinanti, dove il dolore ed il piacere scoprono i tanti punti in comune. C’è un generale senso di tristezza nell’aria, ma c’è anche una voglia matta di risollevarsi. C’è energia, c’è una sonorità ricca, strutturata su vari livelli che si sovrappongono dando vita ad un tripudio di note, fisiche ed elettroniche, che lasciano letteralmente senza fiato (Mirror Mirror, 2020, Power of Ten, Holocene City). C’è quell’impagabile senso di soddisfazione dato dal volersi legare ad ogni singola traccia con morbosità, perché la si ritiene unica e gratificante, come capitava forse nelle compilation di brani tosti che si usava preparare per tenere in macchina, dove non si ha tempo e modo di saltare le tracce o trovare quella giusta da ascoltare. Qui tutto è giusto, tutto va ascoltato, niente è fuori posto.
E se Zinedine Zidane avesse fatto bene a darci quella testata? E se ce l'avesse tirata più forte, saremmo forse oggi un paese migliore? I Modà, sarebbero ancora così apprezzati da una moltitudine di gente ancora in vita? Vabbè, poco importa, sarebbe solo una delle davvero tante ragioni per le quali questo paese dovrebbe essere lasciato a se stesso, o alla moltitudine di persone che qui ci vive bene o senza grossi drammi.
Per il resto, Images du futur è il disco più bello da quando racconto dischi. Uno dei più belli da quando ho smesso di ascoltare la classifica e ho cominciato ad apprezzare la Musica
Non ricordo di preciso la penultima volta che mi ritrovai ad
auto-infliggermi sculacciate al ritmo di grancassa, come a segnare il tempo dei
mie salti in avanti su di un piede solo, stile Angus Young, impugnando
in modo precario una pinta di Guinness e vaneggiando improbabili natali
celtici. Credo di ricordare fosse una festa di San Patrizio, in Toscana, agli
albori del XXI secolo, ma i dettagli ora mi sfuggono e potete immaginare il
perché.
I Dropkick
Murphys, dalla periferia di Boston, attivi dal 1996, veri e propri
idoli in patria, giungono oggi al loro ottavo album in studio. Per chi non li
conoscesse, loro sono un gruppo che molto semplicemente fonde il punk/hardcore
con la musica folk di matrice celtica. Una curiosa ma efficace mistura che
visse il suo periodo d’oro nei primi anni ’80 del secolo scorso, quando dalla
fuga di massa dal punk imborghesito si esplorarono diversi orizzonti nuovi, tra
i quali il punk folk di band come Pogues prima e Black
47, Flatfoot 56 e Dropkick
Murphys dopo (nel mezzo, ovviamente, c’è tutto il periodo
hardcore).
Signed
and sealed in blood segue il meraviglioso e decisamente più
complesso Going out in Style (2011), un concept album sulla
storia di un immaginario immigrante irlandese, Cornelius Larkin, che
vide, tra gli altri, la partecipazione niente meno che del Boss, Bruce
Springsteen, a duettare con Ken Casey, bassista e voce
della band, nella cover di Peg O’ My Heart, un brano della tradizione
popolare nord americana.
L’album odierno è qualcosa di volutamente diverso. Come loro
stessi affermano, si tratta di un album concepito per inebriare e far ballare le
masse. Uno sfogo quindi, dopo le fatiche che un concept album
inevitabilmente porta con sé. Uno sfogo razionale, se è vero com’è
vero che la ricerca del consenso ampio, che tra l’altro non mancava loro,
non viene quasi mai per caso. E’ infatti innegabile la forza e l’immediatezza
di gran parte dei brani di quest’album. Su tutti “Prisoner’s song”, una ballata
irish, introdotta da banjo e fisarmonica ritmati dal solo battito di mani e
scandita dalle urla in coro dell’intera band in perfetto stile punk/oi!. Un
tripudio di energia che non fatico ad immaginare mentre fa scaldare, ballare e
pogare vorticosamente le copiose folle che generalmente frequentano i loro
live.
La stessa sensazione era stata tra l’altro introdotta da
“The boys are back”, il cui coro è fatto apposta per essere interpretato
all’unisono dalle migliaia di persone alle quali il cantante rivolge il
microfono per testarne ugole e memoria, gente che, almeno in quel momento, non
ne vuole sapere di debiti, tasse, due di picche, riunioni di condominio.
Incredibilmente bella è pure la più lenta ed orgogliosamente
impostata “The Season’s upon us”, così come degne di ascolto sono pure the
“Rose Tattoo” (presente pure nella copertina dell’album) e “Out of our heads”.
Rimangono nella media dello stile celtic punk più o meno tutte
le altre tracce. Assolutamente da dimenticare invece l’esperimento, alquanto kitsch,
di rock&roll in salsa irlandese di “Out on the town”, che
tra l’altro sembra ricordare con una certa insistenza l’Ob-la-di ob-la-da
del Fabulous Foursome.
Non ricordo di preciso la penultima volta che mi ritrovai ad
auto-infliggermi sculacciate al ritmo di grancassa, ma l’ultima volta ce l’ho
bene in mente, anche perché non è servita alcuna spinta alcolica a stimolarla.
Sono infatti bastate le prime note di Signed
and sealed in blood. Provare per credere.
Ci provo, mi spiego, mi sforzo di scrivere una recensione
sull’ultimo disco dei Marta sui
Tubi, Cinque,
la Luna e le Spine, senza lasciarmi condizionare, nel bene o nel
male, dalla loro recentissima apparizione all’ultimo festival della
canzone italiana, si, quello di Sanremo.
Quindi devo… dimenticare le luci, l’orchestra, le gengive
irritanti della Venier, le lezioni di musica di Luzzatto Fegiz, lo sguardo
intrigante di Giletti in prima fila, l’eccessiva miscela di rosso ramato nella
tinta di Paolo Limiti, le domande impastate di saliva di quel simpaticone di
Mollica, le farfalline, le mummie secolari, plastificate, in sontuose pellicce
in platea, la réclame, l’HD sul canale 501, lo sdoganamento o il
tentativo di sdoganare quanto di più autentico, intimo e realmente alternativo
ed indipendente in Italia si aveva. Margaritas ante porcos o suini che
devono essere educati alle perle, questo sarebbe il dilemma. Nel dubbio, non
cerco la risposta e torno sul disco, e davvero dimentico, una volta per tutte,
ciò che è stato.
Cinque sta per una serie di cose. Il numero degli
album in studio dei Marta sui
Tubi e la formazione a 5 che dura ormai da 5 anni. Annunciato come
l’album più ambizioso e sperimentale della loro carriera, l’ascolto lascia
subito impressionati per la notevole qualità della registrazione e del missaggio
che a tratti sfiora la patinata perfezione. Niente di male, anzi. Lo metti su e
l’ambiente magicamente si riempie di un suono pieno e morbido, caldo,
rassicurante. Ma, almeno per una volta, vorrei partire dalle note dolenti per
dedicare il finale alle cose migliori, perché il mio affetto per i Marta sui
Tubi è tale da voler concedere al lettore il piacere di portare con sé ciò che
mediamente rimane più impresso, le prime righe e, generalmente, le ultime.
Parto quindi dalle noti dolenti, semplicemente i pezzi che
mi sono piaciuti meno, poco, per niente. La ladra sembra più che altro
una cover di una ballad di successo di John Mayer
piuttosto che un pezzo di quel gruppo che inconsciamente ho sempre ritenuto la
versione italica dei Violent
Femmes, Grandine che nei cori del ritornello fa
esibire l’ugola di Giovanni Gulino in performance che, sempre inconsciamente,
lo collocano tra l’ultimo Battiato e Mango. Un’occasione ghiotta per rialzare
l’ “emozionometro” la dà l’ultima traccia, Polvere sui Maiali.
Un blues sghembo, cantato un po’ alla Tom Waits
da Carmelo Pipitone, il genio della sei corde acustica più talentuoso in
Italia. Un'occasione che avrebbe potuto essere sfruttata meglio se dopo una
partenza più che convincente non si rinchiudesse praticamente subito in un
ridondante finale pseudo-psichedelico che considerando i suoi 3:29 sa un po’ di
coitus interruptus. Ma la cosa più imbarazzante è un'altra e si chiama
Il Collezionista di vizi. Non so quanto le due cose siano collegabili,
ma ascoltandola mi sono un po’ venute le stesse bolle sulla pelle che mi
spuntarono quando ascoltai per la prima volta “Il mio corpo che cambia” dei Litfiba.
Riconoscevo quella voce, ma mi sentivo come la ragazzina con l’apparecchio ai
denti, bruttarella ma interessante che era stata appena tradita per la bellona
simpatica ma un po’ tonta.
E’ difficile dire tutto ciò, per me che seguivo i concerti
dei Marta sui
Tubi quando ai concerti eravamo in pochissimi illuminati e
tutti con le ugole in fiamme nel tentare di stare dietro alle devastanti apnee
liriche di Gulino, sgranando gli occhi di fronte alle extraterrene contorsioni
di Pipitone alla chitarra.
All’interno delle 11 tracce delle quali è composto l’album
ci sono però pezzi sicuramente validi ed assolutamente apprezzabili. Su tutti Tre,
un punk blues al fulmicotone, introdotto da un assolo di batteria con
forte eco, quasi da live, al quale segue una languida chitarra old
blues ed un cantato impostato quasi a scimmiottare i diversi cloni
italiani di Elvis degli anni d’oro. Fino a giungere ad un’esplosione pazza ed
irrefrenabile di suoni e rime velocissime come solo i Marta sui
Tubi in Italia hanno saputo fare. Tra le cose belle ancora Dispari,
il pezzo scartato a Sanremo (niente, non ce la faccio a non pensare lì).
Coro gregoriano su base folk rock, ad introdurre un ritmo travolgente ed
un'orecchiabilità da filastrocca musicata che nella sua semplicità e delicata
melodia, condita da arrangiamenti da grandi occasioni, ne fanno un pezzo di
assoluto spessore che induce agevolmente allo scanzonato fischiettio. Ancora
decisamente valide ma un gradino sotto le due tracce appena menzionate sono Il
primo volo, la prima traccia dell’album, e Vorrei. Entrambe di
forte impatto emotivo e con una cura particolare degli arrangiamenti e dei
testi, hanno semmai la pecca, se di pecca si tratta, di ammiccare troppo
alla melodia della canzone leggera nazionale.
Menzione a parte la merita Vagabond Home, il primo
pezzo in inglese dei Marta sui
Tubi, se si esclude la cover di Tomorrow never knows dei Beatles
in C’è gente che deve dormire. E’ una ballad alt folk/
blues che per quanto denoti inevitabili lacune nella pronuncia, dimostra
delle potenzialità che la band ha fortemente incise nel proprio DNA e che sono
sicuro, curate con un certo metodo, potrebbero portare i nostri eroi a ben più
ampi orizzonti. E' questo uno dei momenti più intensi dell’album con un finale
in crescendo di fumi psichedelici che questa volta, a differenza di Polvere
sui Maiali, è ben calibrato nella collocazione e nella durata.
Non voglio fare moralismi o discorsi sull’etica nella
musica, per carità, trovo sia stupido e da stupidi farlo ora ed in questa
occasione, anche se altri saranno pronti a farlo, ne sono sicuro. Certo è che se
il prezzo da pagare, per noi fan della prima ora, per permettere ai Marta sui
Tubi di aprirsi ad un pubblico più ampio, arrivare sulla bocca
delle massaie o delle amate/odiate Dominique (questa la capiscono in
pochi), arrivare a vendere un buon numero di dischi in più e permettersi
un’esistenza un po’ più serena, dopo tutto non è andata poi così male. Altri in
passato hanno fatto la stessa cosa, ed in termini di mera qualità del prodotto
i Marta
sui Tubi possono essere tranquillamente considerati quelli che si
sono sdoganati meglio, quelli che hanno tradito meno il loro spirito originario
e autentico. Di questi tempi, veramente, non è poco.
Tracklist
Il Primo Volo
Dispari
I Nostri Segreti
Vorrei
Vagabond Home
Il Collezionista Di Vizi
Tre
La Ladra
Maledettamente Bene
Grandine
Polvere Sui Maiali
Ci provo, mi spiego, mi sforzo di scrivere una recensione sull’ultimo disco dei Marta sui Tubi, Cinque, la Luna e le Spine,
senza lasciarmi condizionare, nel bene o nel male, dalla loro
recentissima apparizione all’ultimo festival della canzone italiana,
si, quello di Sanremo.
Quindi devo…
dimenticare le luci, l’orchestra, le gengive irritanti della Venier, le
lezioni di musica di Luzzatto Fegiz, lo sguardo intrigante di Giletti in
prima fila, l’eccessiva miscela di rosso ramato nella tinta di Paolo
Limiti, le domande impastate di saliva di quel simpaticone di Mollica,
le farfalline, le mummie secolari, plastificate, in sontuose pellicce in
platea, la réclame, l’HD sul canale 501, lo sdoganamento o il
tentativo di sdoganare quanto di più autentico, intimo e realmente
alternativo ed indipendente in Italia si aveva. Margaritas ante porcos
o suini che devono essere educati alle perle, questo sarebbe il
dilemma. Nel dubbio, non cerco la risposta e torno sul disco, e davvero
dimentico, una volta per tutte, ciò che è stato.
Cinque sta per una serie di cose. Il numero degli album in studio dei Marta sui Tubi
e la formazione a 5 che dura ormai da 5 anni. Annunciato come l’album
più ambizioso e sperimentale della loro carriera, l’ascolto lascia
subito impressionati per la notevole qualità della registrazione e del
missaggio che a tratti sfiora la patinata perfezione. Niente di male,
anzi. Lo metti su e l’ambiente magicamente si riempie di un suono pieno e
morbido, caldo, rassicurante. Ma, almeno per una volta, vorrei partire
dalle note dolenti per dedicare il finale alle cose migliori, perché il
mio affetto per i Marta sui Tubi è tale da voler concedere al lettore il
piacere di portare con sé ciò che mediamente rimane più impresso, le
prime righe e, generalmente, le ultime.
Parto quindi dalle noti dolenti, semplicemente i pezzi che mi sono piaciuti meno, poco, per niente. La ladra sembra più che altro una cover di una ballad di successo di John Mayer piuttosto che un pezzo di quel gruppo che inconsciamente ho sempre ritenuto la versione italica dei Violent Femmes, Grandine
che nei cori del ritornello fa esibire l’ugola di Giovanni Gulino in
performance che, sempre inconsciamente, lo collocano tra l’ultimo
Battiato e Mango. Un’occasione ghiotta per rialzare l’ “emozionometro” la dà l’ultima traccia, Polvere sui Maiali. Un blues sghembo, cantato un po’ alla Tom Waits
da Carmelo Pipitone, il genio della sei corde acustica più talentuoso
in Italia. Un'occasione che avrebbe potuto essere sfruttata meglio se
dopo una partenza più che convincente non si rinchiudesse praticamente
subito in un ridondante finale pseudo-psichedelico che considerando i
suoi 3:29 sa un po’ di coitus interruptus. Ma la cosa più imbarazzante è un'altra e si chiama Il Collezionista di vizi.
Non so quanto le due cose siano collegabili, ma ascoltandola mi sono un
po’ venute le stesse bolle sulla pelle che mi spuntarono quando
ascoltai per la prima volta “Il mio corpo che cambia” dei Litfiba.
Riconoscevo quella voce, ma mi sentivo come la ragazzina con
l’apparecchio ai denti, bruttarella ma interessante che era stata appena
tradita per la bellona simpatica ma un po’ tonta.
E’ difficile dire tutto ciò, per me che seguivo i concerti dei Marta sui Tubi
quando ai concerti eravamo in pochissimi illuminati e tutti con le
ugole in fiamme nel tentare di stare dietro alle devastanti apnee
liriche di Gulino, sgranando gli occhi di fronte alle extraterrene
contorsioni di Pipitone alla chitarra.
All’interno delle 11 tracce delle quali è composto l’album ci sono però
pezzi sicuramente validi ed assolutamente apprezzabili. Su tutti Tre, un punk blues al fulmicotone, introdotto da un assolo di batteria con forte eco, quasi da live, al quale segue una languida chitarra old blues ed
un cantato impostato quasi a scimmiottare i diversi cloni italiani di
Elvis degli anni d’oro. Fino a giungere ad un’esplosione pazza ed
irrefrenabile di suoni e rime velocissime come solo i Marta sui Tubi in Italia hanno saputo fare. Tra le cose belle ancora Dispari, il
pezzo scartato a Sanremo (niente, non ce la faccio a non pensare lì).
Coro gregoriano su base folk rock, ad introdurre un ritmo travolgente
ed un'orecchiabilità da filastrocca musicata che nella sua semplicità e
delicata melodia, condita da arrangiamenti da grandi occasioni, ne fanno
un pezzo di assoluto spessore che induce agevolmente allo scanzonato
fischiettio. Ancora decisamente valide ma un gradino sotto le due tracce
appena menzionate sono Il primo volo, la prima traccia dell’album, e Vorrei. Entrambe
di forte impatto emotivo e con una cura particolare degli arrangiamenti
e dei testi, hanno semmai la pecca, se di pecca si tratta, di
ammiccare troppo alla melodia della canzone leggera nazionale.
Menzione a parte la merita Vagabond Home, il primo pezzo in inglese dei Marta sui Tubi, se si esclude la cover di Tomorrow never knows dei Beatles in C’è gente che deve dormire. E’ una ballad alt folk/ blues
che per quanto denoti inevitabili lacune nella pronuncia, dimostra
delle potenzialità che la band ha fortemente incise nel proprio DNA e
che sono sicuro, curate con un certo metodo, potrebbero portare i nostri
eroi a ben più ampi orizzonti. E' questo uno dei momenti più intensi
dell’album con un finale in crescendo di fumi psichedelici che questa
volta, a differenza di Polvere sui Maiali, è ben calibrato nella collocazione e nella durata.
Non voglio fare moralismi o discorsi sull’etica nella musica, per
carità, trovo sia stupido e da stupidi farlo ora ed in questa occasione,
anche se altri saranno pronti a farlo, ne sono sicuro. Certo è che se
il prezzo da pagare, per noi fan della prima ora, per permettere ai Marta sui Tubi di aprirsi ad un pubblico più ampio, arrivare sulla bocca delle massaie o delle amate/odiate Dominique
(questa la capiscono in pochi), arrivare a vendere un buon numero di
dischi in più e permettersi un’esistenza un po’ più serena, dopo tutto
non è andata poi così male. Altri in passato hanno fatto la stessa cosa,
ed in termini di mera qualità del prodotto i Marta sui Tubi
possono essere tranquillamente considerati quelli che si sono sdoganati
meglio, quelli che hanno tradito meno il loro spirito originario e
autentico. Di questi tempi, veramente, non è poco.
Ci provo, mi spiego, mi sforzo di scrivere una recensione sull’ultimo disco dei Marta sui Tubi, Cinque, la Luna e le Spine,
senza lasciarmi condizionare, nel bene o nel male, dalla loro
recentissima apparizione all’ultimo festival della canzone italiana,
si, quello di Sanremo.
Quindi devo…
dimenticare le luci, l’orchestra, le gengive irritanti della Venier, le
lezioni di musica di Luzzatto Fegiz, lo sguardo intrigante di Giletti in
prima fila, l’eccessiva miscela di rosso ramato nella tinta di Paolo
Limiti, le domande impastate di saliva di quel simpaticone di Mollica,
le farfalline, le mummie secolari, plastificate, in sontuose pellicce in
platea, la réclame, l’HD sul canale 501, lo sdoganamento o il
tentativo di sdoganare quanto di più autentico, intimo e realmente
alternativo ed indipendente in Italia si aveva. Margaritas ante porcos
o suini che devono essere educati alle perle, questo sarebbe il
dilemma. Nel dubbio, non cerco la risposta e torno sul disco, e davvero
dimentico, una volta per tutte, ciò che è stato.
Cinque sta per una serie di cose. Il numero degli album in studio dei Marta sui Tubi
e la formazione a 5 che dura ormai da 5 anni. Annunciato come l’album
più ambizioso e sperimentale della loro carriera, l’ascolto lascia
subito impressionati per la notevole qualità della registrazione e del
missaggio che a tratti sfiora la patinata perfezione. Niente di male,
anzi. Lo metti su e l’ambiente magicamente si riempie di un suono pieno e
morbido, caldo, rassicurante. Ma, almeno per una volta, vorrei partire
dalle note dolenti per dedicare il finale alle cose migliori, perché il
mio affetto per i Marta sui Tubi è tale da voler concedere al lettore il
piacere di portare con sé ciò che mediamente rimane più impresso, le
prime righe e, generalmente, le ultime.
Parto quindi dalle noti dolenti, semplicemente i pezzi che mi sono piaciuti meno, poco, per niente. La ladra sembra più che altro una cover di una ballad di successo di John Mayer piuttosto che un pezzo di quel gruppo che inconsciamente ho sempre ritenuto la versione italica dei Violent Femmes, Grandine
che nei cori del ritornello fa esibire l’ugola di Giovanni Gulino in
performance che, sempre inconsciamente, lo collocano tra l’ultimo
Battiato e Mango. Un’occasione ghiotta per rialzare l’ “emozionometro” la dà l’ultima traccia, Polvere sui Maiali. Un blues sghembo, cantato un po’ alla Tom Waits
da Carmelo Pipitone, il genio della sei corde acustica più talentuoso
in Italia. Un'occasione che avrebbe potuto essere sfruttata meglio se
dopo una partenza più che convincente non si rinchiudesse praticamente
subito in un ridondante finale pseudo-psichedelico che considerando i
suoi 3:29 sa un po’ di coitus interruptus. Ma la cosa più imbarazzante è un'altra e si chiama Il Collezionista di vizi.
Non so quanto le due cose siano collegabili, ma ascoltandola mi sono un
po’ venute le stesse bolle sulla pelle che mi spuntarono quando
ascoltai per la prima volta “Il mio corpo che cambia” dei Litfiba.
Riconoscevo quella voce, ma mi sentivo come la ragazzina con
l’apparecchio ai denti, bruttarella ma interessante che era stata appena
tradita per la bellona simpatica ma un po’ tonta.
E’ difficile dire tutto ciò, per me che seguivo i concerti dei Marta sui Tubi
quando ai concerti eravamo in pochissimi illuminati e tutti con le
ugole in fiamme nel tentare di stare dietro alle devastanti apnee
liriche di Gulino, sgranando gli occhi di fronte alle extraterrene
contorsioni di Pipitone alla chitarra.
All’interno delle 11 tracce delle quali è composto l’album ci sono però
pezzi sicuramente validi ed assolutamente apprezzabili. Su tutti Tre, un punk blues al fulmicotone, introdotto da un assolo di batteria con forte eco, quasi da live, al quale segue una languida chitarra old blues ed
un cantato impostato quasi a scimmiottare i diversi cloni italiani di
Elvis degli anni d’oro. Fino a giungere ad un’esplosione pazza ed
irrefrenabile di suoni e rime velocissime come solo i Marta sui Tubi in Italia hanno saputo fare. Tra le cose belle ancora Dispari, il
pezzo scartato a Sanremo (niente, non ce la faccio a non pensare lì).
Coro gregoriano su base folk rock, ad introdurre un ritmo travolgente
ed un'orecchiabilità da filastrocca musicata che nella sua semplicità e
delicata melodia, condita da arrangiamenti da grandi occasioni, ne fanno
un pezzo di assoluto spessore che induce agevolmente allo scanzonato
fischiettio. Ancora decisamente valide ma un gradino sotto le due tracce
appena menzionate sono Il primo volo, la prima traccia dell’album, e Vorrei. Entrambe
di forte impatto emotivo e con una cura particolare degli arrangiamenti
e dei testi, hanno semmai la pecca, se di pecca si tratta, di
ammiccare troppo alla melodia della canzone leggera nazionale.
Menzione a parte la merita Vagabond Home, il primo pezzo in inglese dei Marta sui Tubi, se si esclude la cover di Tomorrow never knows dei Beatles in C’è gente che deve dormire. E’ una ballad alt folk/ blues
che per quanto denoti inevitabili lacune nella pronuncia, dimostra
delle potenzialità che la band ha fortemente incise nel proprio DNA e
che sono sicuro, curate con un certo metodo, potrebbero portare i nostri
eroi a ben più ampi orizzonti. E' questo uno dei momenti più intensi
dell’album con un finale in crescendo di fumi psichedelici che questa
volta, a differenza di Polvere sui Maiali, è ben calibrato nella collocazione e nella durata.
Non voglio fare moralismi o discorsi sull’etica nella musica, per
carità, trovo sia stupido e da stupidi farlo ora ed in questa occasione,
anche se altri saranno pronti a farlo, ne sono sicuro. Certo è che se
il prezzo da pagare, per noi fan della prima ora, per permettere ai Marta sui Tubi di aprirsi ad un pubblico più ampio, arrivare sulla bocca delle massaie o delle amate/odiate Dominique
(questa la capiscono in pochi), arrivare a vendere un buon numero di
dischi in più e permettersi un’esistenza un po’ più serena, dopo tutto
non è andata poi così male. Altri in passato hanno fatto la stessa cosa,
ed in termini di mera qualità del prodotto i Marta sui Tubi
possono essere tranquillamente considerati quelli che si sono sdoganati
meglio, quelli che hanno tradito meno il loro spirito originario e
autentico. Di questi tempi, veramente, non è poco.
Granturismo - CAULONIA LIMBO YA YA (Brutture moderne, 2013)
Calypso punk - cantautori - indie rock
Si racconta che lo stesso Stalin avrebbe detto che "ci vorrebbe un Cavallaro in ogni città". L'eco di quella epica impresa avrebbe infatti raggiunto niente meno che il quartier generale del partito comunista, dopo che il rivoluzionario sindaco di Caulonia, tale Pasquale Cavallaro, nella martoriata Calabria del primo dopoguerra, si ribellò al sistema precostituito proclamando la Repubblica Rossa di Caulonia. Un'impresa epica che durò però appena una settimana, e della quale forse oggi si parla più con simpatia che con rigore storiografico. Tra i lontani discendenti di Pasquale Cavallaro c'è Claudio Cavallaro, mente, braccia e gambe della macchina Granturismo, di base in Romagna.
Il titolo dell'album è quindi un chiaro riferimento a quella particolare esperienza della storia d'Italia, riformulato probabilmente (ma è solo una mia congettura) in onore della Gris Gris Gumbo Ya Ya di Dr. John, il primo brano della carriera del venerato bluesman sciamano di New Orleans.
Dicono di aver fatto un album di "calypso punk", e per una volta, l'etichetta auto impressa ci sta proprio bene. I potenti fuzz delle chitarre, si mescolano a ritmi talvota caraibici (Vieni a dormire con me, Può darsi sia l'autunno), in ambientazioni spesso brit popdi sbocco psichedelico (la deliziosa Meraviglioso errore ricorda molto l'approccio stilistico dei Kula Shaker) altre volte in puro stile indie pop/rock albionico (Domenica), sempre comunque alla presenza di godibilissimi mash-up stilistici che ne caratterizzano la vena gaudente e priva di stretti confini dentro i quali noisamente rinchiudersi.
Caulonia Limbo Ya Ya è un album fresco, originale, dove la simpatia dell'approccio scanzonato si mescola ad uno studio ed ad una cultura musicale che sono invece scientifici ed appassionati. E' un album che ti capita di ascoltare, per caso, come tanti altri, ma che poi, a differenza di tanti tra i tanti, non la finisce più di bussare alle tue orecchie. Insomma, cose che capitano. Per fortuna.
Tracklist
01. Me ne vado al mare
02. Vieni a dormire da me
03. Meraviglioso Errore
04. Domenica
05. Canzone di parole
06. Inno della repubblica di Caulonia (mosso)
07. Può darsi sia l'autunno
08. Distanze
09. Dubbi Dubbi
10. Non essere visti
11. Inno della repubblica di Caulonia (adagio)
C'è vento forte e l'aria è carica di umidità, come spesso accade da queste parti. La puzza acida del carburante si mescola a quella nauseabonda delle alghe in putrefazione mista a salsedine e ferro arruginito. Ci sono bambini che corrono, donne che parlano, uomini che pensano. E poi c'è un uomo in particolare, sulla cinquantina, solo, con una chitarra sulle spalle e lo sguardo fisso in avanti. Non si volta, neanche per un attimo, è come un toro che ha puntato la sua preda e non sa pensare ad altro. A vederlo diresti che è furioso, e che sta viaggiando non per diletto o vacanza, ma per rimettere a posto qualcosa. Quell'uomo, capelli lunghi mossi dal vento, viso scavato, barba incolta, si chiama Cesare Basile e sta tornando nella sua Sicilia dopo anni passati altrove in Italia e non solo.
Quel viaggio non è quindi casuale per Basile, come casuale non sarà la sua nuova vita in Sicilia, a Catania, la sua Catania.
"Una terra riscopre la propria identità quando comincia a pensarsi come espressione di una cultura originale e autonoma. Quando fa della propria identità un progetto di futuro aperto. Per questo abbiamo deciso di fare dei nostri bisogni un capolavoro. Da isolati abbiamo cominciato a vederci, a parlare. Da scappati a tornare"
Con queste parole comincia il Manifesto de l'Arsenale, " una libera federazione di musicisti e di arti e mestieri della cultura che vede nel territorio siciliano un unico laboratorio di indipendenza [...] una filiera territoriale contrapposta alla necessità dell'emigrazione e della fuga".
In questo contesto fisico e di intenti è nato l'ultimo album di Cesare Basile, tra i più dotati e visionari cantautori contemporanei che ribadisce oggi il suo talento esclusivo portando la sua produzione a vertici stilistici ed emotivi che non aveva ancora toccato.
A questo punto sembra pure inutile dirlo, ma realmente ascoltando l'album ci si ritrova immersi in un mondo di sfruttati che vogliono rialzarsi, di ingiustizie da giustiziare, di umili maestranze che sudano la propria libertà, di chiodi schiacciati e di mali da scacciare. E poi c'è quell'intensità dell'interpretazione, specie nelle canzoni in siciliano stretto, quella musica che è folk, non convenzionale, spesso puro blues mediterraneo, a tratti d'avanguardia. Tutto si mescola naturalmente fino a solidificarsi in una granitica celebrazione dello spirito autentico di un artista che offre la sua anima nuda e la sua mente libera.
Cesare Basile è l'ultimo omonimo album di un artista che ha fatto una scelta netta nella propria vita, tanto quella artistica quanto quella umana. E' scappato ed è tornato. Tanti soffrono per il distacco da ciò che ci appartiene, molti soffrono perchè ciò che ci appartiene è sempre più lontano, sempre meno proprio. Pochi soffrono per riprendersi ciò che era stato ingiustamente abbandonato a se stesso. Se credete che sia impossibile ritrovare tutte queste emozioni, e altre ancora, in un semplice disco, concedetevi almeno la possibilità di esservi sbagliati.
Ulteriori notizie riguardo Cesare Basile su Urtovox e su Wikipedia.
Tracklist
1. Introduzione e sfida
2. Parangelia
3. Canzoni Addinucchiata
4. Nunzio e la Libertà”
5. Marilitta carni
6. Minni spartuti
7. L’Orvu
8. Caminanti
9. Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer
10. Sotto i colpi di mezzi favori.