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giovedì 5 giugno 2014

Recensione: My Bloody Valentine - MBV


Ricomincio a ripescare un pò delle cose pubblicate in rete nel tempo. Comincio da questa recensione per Storia della musica, pubblicata il 7 febbraio 2013. Disco, questo MBV, che con il tempo è cresciuto molto. Questa recensione la scrissi dopo 3/4 giorni di ascolti. Nel frattempo ce ne sono stati molti altri, ma devo dire che gran parte delle cose dette allora le sottoscrivo ancora oggi. 












È uscito l'ultimo album dei My Bloody Valentine. Di già? E si perché 22 anni (tanto è passato da Loveless, l'ultimo LP) possono essere un'eternità come un battito d'ali di farfalla se parliamo del gruppo che ha cambiato i connotati alla musica tradizionale in una maniera tanto innovativa e codificante che tanti, troppi (?), in questi anni ti hanno più o meno fatto pensare a loro.
Prima di cominciare lasciatemi dire che se siete alla ricerca di una recensione che soddisfi le ansie da tecnocrati della musica o volete trastullarvi con iperboli che incastrino sublimemente espressioni come shoegazing , stratificazioni, riverberi, saturazioni,fuzz, muri di suono, chitarre noisedream pop, e via dicendo, andate pure a leggervi le migliaia di recensioni che inonderanno a breve l'orbe webbaqueo, io cercherò semplicemente di trasmettere ciò che questo disco mi ha lasciato, dicendovi, possibilmente, se mi è piaciuto e nel caso quanto. 




Non è tracotanza banalotta o smania di voler essere diversi e migliori, ma semplice invito a spogliarsi della ruggine che 22 anni di ininterrotta pioggia acida hanno sedimentato nelle nostre orecchie e nella nostra testa. Se è vero che l’attesa del piacere è essa stessa piacere, e anche vero che nel frattempo il mito ha alimentato un mostro, con parziale verità anche per il viceversa. E si perché se fino al 2012 (concedo il beneficio del dubbio all’appena cominciato 2013) la musica più in voga “in-certi ambienti” si è rifatta in modo abominevole al prototipo sviluppato da band come My Bloody Valentine e The Jesus and Mary Chain ciò è dovuto, ma è una mia opinione, più alla ricerca spasmodica dell’inesplorato rivendibile come esclusiva sciccheria che ad altro. Non che le suddette band non abbiano rappresentato delle pietre miliari nella storia della musica e nella mia personale formazione musicale. Ma neanche giusto sarebbe idolatrare fino alla fanatica adorazione chi, alla fine, ha semplicemente fatto, più che onestamente e molto meglio di altri, il proprio mestiere di artista che, per definizione, deve metterci del suo.





I 25 anni di interrotta carriera dei My Bloody Valentine continuano oggi con l’uscita, scoordinata, originale ma un tantino schizofrenica, di questo MBV. Quando molti ormai avevano perso ogni speranza il 2 febbraio 2013 Shields e soci annunciano via social network (e si, oggi usa così) l’uscita, dalla mezzanotte, del loro nuovo album, l’atteso, più volte annunciato e poi sempre rimandato,  follow up di Loveless. Mentre il sottoscritto dormiva beatamente, che tanto il giorno dopo sarebbe stato lo stesso, migliaia di fan aspettano la mezzanotte sul portale più sanguinoso del pop mondiale per scaricare e ascoltare prima di tutti l’ottava meraviglia dell’umanità. Il sito va in tilt, crasha a ripetizione lasciando molte bocche asciutte e tanti sogni turbati. Davanti ad un muffin ai mirtilli e un ottimo cappuccino con tripla schiuma, comodamente seduto, tre giorni dopo arriva anche il mio turno.
Tutto d’un fiato allora, il cappuccino. Poi comincio seriamente l’ascolto, che si riferisce necessariamente alla versione digitale, l’unica ad oggi rilasciata e considerando l’attendibilità delle dichiarazioni della band, l’unico dato sicuro e incontrovertibile.




Se l’idea è di porsi in scia per dare un seguito a Loveless, la prima traccia, She found now, spiazza un po’. Il magma sonoro è lento, ruvido, più sporco e molto meno decifrabile di quanto avviene mediamente nel suddetto capolavoro. Per quanto la melodia sia riconoscibile e apprezzabile, non c’è quell’immediata empatia che l’assuefazione ai suoni di Loveless avrebbe richiesto. Cosa che in parte accade con la successiva Only Tomorrow. Potente e dal piglio più vivace e deciso, sebbene sempre sepolta da una nube tossica di rumore in bassa fedeltà (che fatica non dire noise), ricorda il passato senza necessariamente ricalcarlo pedissequamente. Un primo vero segnale di vita nuova lo si ha con la tripletta Is this and yes/ If I am/ New you. Organetto e vellutata drum machine a fare da tappeto ai lamenti da sirena di Bilinda Butcher (Is this and yes), vaneggiamenti elettronici su melodie celestiali e ritmi sgonfi e sfibrati (If I am) un travolgente passo techno pop/hip pop (New you) passeranno probabilmente alla storia come il momento più pop del dream dei My Bloody Valentine.

In another way è la chitarra di Tom Morello dei Rage against the machine che ti appare in sogno a comunicarti il nuovo sodalizio amoroso con Satomi Matsuzaki, la voce nip-pop dei Deerhoof. Un sogno che viene bruscamente interrotto dal rave party scatenato da Nothing is con il suo loop di magnifico e pulsante fracasso, sempre uguale a se stesso eppure maledettamente necessario e dalla confusa e caotica (per alcuni un pregio, non per me) Wonder 2. Un mix perfetto, ex cathedra, tra sogno e rumore è ancora ben espresso in Who sees you.



Ho sempre ritrovato nel suono dei My Bloody Valentine un lato più duro e oscuro ed uno più sognante e mieloso che nel corso degli anni ha raggiunto quell’equilibrio perfetto nella miscela che gli ha resi unici. MBV, nei suoi variegati momenti, estremizza queste due facce rompendo in parte l’incantesimo del suddetto canone di perfezione alla ricerca di qualcosa che non venisse percepito come banale ripetizione o tombale autocelebrazione. Quanto l’esperimento sia effettivamente riuscito lo dirà il tempo e l’eventuale susseguirsi degli ascolti. Sta di fatto che i MBV, quantomeno, hanno finalmente placato le ansie di chi ha aspettato tanto.  Se la pretesa di qualità e quindi la soddisfazione dovesse essere proporzionata al tempo dell’attesa, saremmo autorizzati a sentirci davvero delusi. Preso invece per quello che è, sic et simpliciterMBV, è un album valido, onesto, difficile per certi versi, ma lascia alla fine piacevolmente rinfrancati. In tanti hanno fatto quello che Shields e soci hanno teorizzato anni fa, ma quando il maestro scende (o sale?) nuovamente in campo, accorgersi che sia tutta un’altra musica, è rassicurante e rende finalmente giustizia a chi le scarpe le fissava non per vanità, ma per cambiare il destino delle cose.



sabato 7 dicembre 2013

ALBUM DELLA SETTIMANA - Toy - JOIN THE DOTS

Toy - JOIN THE DOTS (Heavenly, 2013)





psych rock, shoegaze, krautrock, post-punk







Perché mi era piaciuto tanto l'esordio omonimo dell'anno scorso dei Toy? Vediamo. Ho trovato un'ispirazione inaspettata in giovanissimi ragazzi(ni) inglesi, che con tanta passione, metodo e indubbie doti tecniche, proponevano una ricetta che sebbene affondasse saldamente le proprie radici emotive e, per certi versi, pure tecniche, nel rock decadente dei Velvet Underground, vedeva costruita addosso una struttura musicale energica, sempre comunque piuttosto sfuocata negli elementi di primo piano (voci e chitarre) ma decisa e definita (specie dal vivo) nell'accoppiata delle retrovie basso-batteria. 



Con questo (pure troppo) veloce ritorno a distanza di appena un anno, i Toy riconfermano, senza alcuna ansia da prestazione, la loro forza e non mostrano evidenti forzature o imposizioni da cavalcamento dell'hype, per quanto, at the end of the day, non riescano a bissare, ai punti, il valore dell'album d'esordio. 



Di assoluto valore la title track, specie quando sconfina nell'inafferrabile finale da caciara psichedelica, To a Death Unknown, con il suo bagaglio di richiami (sempre i Velvet in prima linea) e il suo azzeccato uncinetto di chitarre ruvide, o l'epico finale, di quasi 10 minuti, dove i nostri tirano fuori l'artiglieria pesante e martellano con precisione la frazione temporale che incontrano, creando l'atmosfera giusta per  poter dire: altro grande album, bravi ragazzi(no)!




Tracklist:

1. Conductor
2. You Won't Be The Same
3. As We Turn
4. Join The Dots
5. To A Death Unknown
6. Endlessly
7. It's Been So Long
8. Left To Wander
9. Too Far Gone To Know
10. Frozen Atmosphere
11. Fall Out Of Love

domenica 17 novembre 2013

ALBUM DELLA SETTIMANA: His electro blue voice - RUTHLESS SPERM

His electro blue voice - RUTHLESS SPERM (Sub Pop, 2013)





shoegaze - grindcore- noise rock







In Italia, in questi giorni, c'è chi si vanta in giro per il mondo di avere le palle d'acciaio. Si, l'ha smentito.  Ma l'ha detto, l'ha detto. Se tanto mi dà tanto allora gli His electro blue voice, trio al fulmicotone di Como ma dalla forte vocazione cross border (l'etichetta è nientemeno che la Sub Pop, si quella che si legge sui dischi dei Nirvana, quella lì) le palle le hanno di piombo zincato a caldo.



Ruthless sperm è il loro primo album, per quanto il terzetto sia attivo ormai da anni con vari Ep, singoli e split, di quelli giusti, tanto da arrivare alle esigenti orecchie della suddetta etichetta. C'è tanta roba in quest'album. C'è rabbia, c'è metodo, c'è ispirazione ma non ci sono le barriere che un italiano generalmente fatica a scrollarsi di dosso se vuole essere credibile a prescindere dal suo passaporto. 




Non saranno dei pionieri, degli scopritori, degli antesignani, ma quello che fanno lo fanno molto bene. Banalizzando, in estrema sintesi, come se sulle rive del lago di Como i Japandroids trovassero un luogo per seppellire gli sconosciuti. Un gran casino, cupo e riverberato. Come piace a me.




Tracklist

1. Death Climb 
2. Spit Dirt 
3. Sea Bug 
4. Tumor 
5. The Path 
6. Born Tired
7. Red Earth